Jennifer Morgan al RomeSymposium 2017, foto Giuseppe Bellavia per Rivista Italiani

Uno speciale sul clima al RomeSymposium 2017

COP21: un nuovo paradigma
di Massimo Predieri

Jennifer Mogan è la direttrice esecutiva di Greenpeace International, ma precedentemente si è occupata intensamente del cambiamento climatico come direttrice del programma sul clima al World Resources Institute a Washington. Ospite della Fondazione Italiani durante il RomeSymposium 2017, è intervenuta illustrando la sua approfondita visione della situazione mondiale in seguito agli accordi sul clima di Parigi.

I tempi sono critici, afferma Jennifer Morgan, caratterizzati dal crescente senso di instabilità, dal populismo di destra, e dalla frustrazione di chi nel mondo è rimasto indietro. Tuttavia, l’accordo COP21 di Parigi rappresenta una base su cui sviluppare l’azione per il clima e il futuro della collaborazione internazionale. Questa si sposterà dal livello delle organizzazioni internazionali ad un livello nazionale, regionale e locale. Le città diventano attori nell’azione di contrasto al cambiamento climatico.
A livello nazionale, la Cina e la sua leadership stanno dando dei segnali concreti per l’implementazione degli impegni presi a Parigi con il COP21. Il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha parlato personalmente con i suoi negoziatori degli accordi climatici, dando un chiaro segnale di proseguire sulla strada intrapresa. Ma la discussione principale a Pechino oggi verte sul ruolo che prenderà la Cina a livello mondiale sul cambiamento climatico. Come eserciterà il suo potere di persuasione o di influenza politica sugli altri paesi? In ogni modo sarà un approccio diverso da quello di Washington.
Per quanto concerne il rispetto degli accordi presi dagli Stati Uniti, Jennifer Morgan ricorda che i cinque stati USA con maggiore produzione di energia eolica sono repubblicani, lo stesso per l’energia solare, le detrazione fiscali centineranno fino al 2020, quindi lo sviluppo delle energie rinnovabili e la trasformazione del settore energetico continueranno anche in futuro. Il vero problema è il tempismo, che l’attuale amministrazione potrebbe influenzare negativamente.
L’Europa ha una posizione interessante, un ruolo non solo relegato a promuovere la pace e la stabilità nel mondo, ma anche a migrare verso la produzione energetica 100% rinnovabile e decentralizzata. L’Europa potrebbe essere l’apripista di uno sviluppo mondiale in questo senso. C’è una visione europea e l’amministrazione Trump fornisce in questo momento un maggiore peso al ruolo dell’Europa. Potrebbe essere un’occasione per i cittadini europei per reinventare l’Europa e riconoscere perché ne abbiamo bisogno.
Infine c’è il gruppo dei paesi più vulnerabili al clima, sono 44 paesi che punteranno con decisione alle rinnovabili e ad implementare le loro contribuzioni nazionali agli accordi presi. Per loro c’è una opportunità di avere una voce internazionale ed influenzare il G20, avere un posto al tavolo dei negoziati.
Il settore finanziario sarà fondamentale per accelerare la trasformazione energetica, perché ha identificato il clima quale rischio concreto, che necessita di misure di mitigazione. E’ molto meglio modificare le regolamentazioni finanziarie all’inizio, piuttosto che tassare le emissione di carbonio dopo. E’ sintomatico che BlackRock, la più grande società di investimento nel mondo, abbia recentemente riconosciuto come il rischio clima influenzi le scelte degli investitori.
Siamo di fronte a nuove partnership, nuove opportunità di collaborazione tra entità diverse. L’accordo COP21 è accentrato sulle nazioni, ma si tratta ora di spazzare via le barriere nazionali per promuovere la collaborazione a livello regionale o di città, fare entrare con molta più determinazione gli attori sub-nazionali.

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