Democrazia e confronto sempre più lontani dalla società italiana
di Antonello Cannarozzo

Tra le notizie di cronaca che hanno riempito in questi giorni i nostri media ce n'è una che riguarda il regista premio Oscar Gabriele Muccino e la polemica su Pasolini che ha scatenato i pseudo fan della figura e dell'opera di Pier Paolo Pasolini, attraverso Facebook, contro i giudizi che il cineasta ha dato in maniera assai libera, ma corretta.
La frase incriminata di Muccino è stata:"Per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore (Sperava così di essere perdonato con questo incipit. ndr) ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un non regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile" e, apriti cielo: "Pasolini aprì involontariamente le porte a quella illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile".
In quegli anni, non dimentichiamo lavoravano registi del calibro di Roberto Rossellini, Vittorio de Sica e poi Fellini, Visconti, Leone, Petri, Bertolucci che hanno insegnato il cinema al mondo.
Mentre, prosegue Muccino nella sua analisi, è stata bandita l'eleganza e le capacità artigianali, portando il cinema italiano: "a morire in pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos'altro come uno pseudo impegno politico" con il risultato di allontanare per sempre il pubblico dalle sale.
A questo punto, dopo una sommessa critica iniziale, si apre un vero e proprio putiferio sui social critiche con feroci provocazioni, tanto da far dire al regista: "Tutti in fila uno due, uno due e chi non la pensa come voi, olio di ricino" e rincara la dose sugli effetti disastrosi della rivoluzione estetica propugnata da Pasolini: "Ho detto qualcosa che non è verificabile? Ho detto che Pasolini regista ha aperto la porta ad altri registi improvvisati che a differenza sua non avevano nemmeno l'immensa statura di scrittore e poeta".
Purtroppo, però siamo in Italia, la terra dei guelfi e dei ghibellini e delle passioni che, anche se annacquate, non si esauriscono mai, specie se si toccano dei miti considerati vicini ideologicamente vicini come Pier Paolo Pasolini, un mito negli anni 60 e 70 di un certo sinistrismo radical chic, anche se lui si definiva con coraggio una specie di "cane sciolto", ma era certamente uno scrittore, poeta, omosessuale quando esserlo era sicuramente difficile e regista impegnato, come si diceva un tempo.
Si è parlato e scritto molto in questi anni dopo la sua morte violenta, avvenuta il 2 novembre di quarant'anni fa, nel 1975, della sua non omologazione, di uomo libero che ha pagato con la vita la sua visione del mondo e scelta di vita, insomma un artista che sapeva criticare e che amava anche essere criticato.
Ancora, però, per una certa cultura ideologica che pur ritenendosi  anticonformista e fuori dagli schemi non accetta critiche che non siano conformi al loro pensiero, altrimenti è lesa maestà. È il caso di dire che chi tocca "il rosso", in senso ideologico, ancora ne paga le conseguenze vedi il caso di Giampaolo Pansa e la sua riscrittura della resistenza italiana  e prima di lui il grande storico De Felice reo di aver scritto una storia del Fascismo senza ideologie, ma attenendosi solo ai fatti, e così per molti altri.
In conclusione, mi domando se proprio a Pasolini, che era un provocatore nato, sarebbe contento di essere un simbolo, proprio lui, del pensiero unico e conformista. Forse, una sua frase tratta da un suo saggio  "Sulla politica e sulla società" possono farci comprendere meglio il suo pensiero:"Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo".

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