Spreco del cibo e povertà crescente
di Fabrizio Cerami

Immaginiamo un bacino idrico grande quanto il lago Trasimeno, ebbene questa è la quantità che ogni quattro anni sprechiamo noi italiani per irrigare verdura o frutta che non mangeremo mai, ma che con noncuranza mandiamo al macero addirittura prima di giungere nei mercati perché non ritenuta commerciabile, nonostante sia tutti gli effetti commestibile.
È lo spreco che produciamo ormai da decenni per un valore annuo di miliardi, mentre ancora nel nostro Paese ci sono almeno 4 milioni di poveri totali, anche se timidamente le cose stanno cambiando.
È quanto emerge dal Rapporto 2014 Waste Watcher - Knowledge for Expo presentato da Andrea Segré, presidente di Last Minute Market.
Con la crisi economica, bisogna dirlo, molte cose sono modificate e, come si dice, di necessità si fa virtù, così, nonostante lo spreco ancora notevole, c'è anche una Italia fortunatamente più attenta ai consumi, che legge le etichette e controlla la scadenza del cibo prima di gettarlo via e, secondo la ricerca, è l'81% della popolazione, ma ciò nonostante, lo spreco alimentare rimane un vero scandalo.
Un tema affrontato anche all'Expo Milano 2015.
In questo ambito è stato avanzato il progetto di portare l’educazione alimentare nelle scuole, attraverso un programma educativo che includerà anche l'insegnamento sugli sperperi nelle nostre case.
Un tema fondamentale perché, se dobbiamo continuare a nutrire il nostro Pianeta a fronte  dell’aumento della popolazione, dovremo aumentare la produzione alimentare, almeno secondo stime della Fao, di più del 60%, mentre oggi, in maniera dissennata, continuiamo a sprecare un terzo dei prodotti alimentari.
Dunque, attenzione agli sprechi. "Questo - afferma Andrea Segré - perché non diamo più valore al cibo e dobbiamo impegnarci a combattere la perdita di questo valore, più che lo spreco in sé. E’ una lotta che ci porterà a restituire valore al cibo e alle relazioni. Se gettiamo nella spazzatura una confezione danneggiata lo facciamo perché è diversa. Noi rifiutiamo il diverso. Per migliorare dobbiamo invece lavorare in questa direzione: promuovere le relazioni umane attraverso i beni.
Non solo, ma al ritmo di consumo alimentare di oggi, da qui al 2050 prepariamoci ad utilizzare non solo il nostro, ma almeno altri tre pianeti per sfamarci e siccome per i prossimi cento anni almeno la cosa è impossibile cominciamo a trovare delle soluzioni compatibili.
Basterebbe seguire poche norme per consumare più responsabilmente, come proposte già dal Food Tank, organizzazione no profit americana dedicata ad una alimentazione sostenibile per ridurre gli sprechi il cui slogan è: "Gettare il cibo significa rinunciare a risorse naturali."
Bisogna ridurre la spazzatura pianificando, con un po' di pazienza, i pasti giornalieri comprando solo ciò che realisticamente riusciremo a mangiare con il riutilizzare gli avanzi che ancora non sono scarti e congelando il cibo in eccesso prima che vada a male.
Inoltre, dove è possibile, scegliere i prodotti sfusi per non disperdere imballaggi nell'ambiente e cercare di comprare cibo biologico, non solo perché più sano, ma il bio consuma meno risorse naturali e abbraccia la filosofia del riutilizzare le risorse che non consuma.
Insomma, quello che facevano le nostre nonne senza aver letto i poderosi documenti internazionali sul cibo.
Quando ero piccolo andavo da mia nonna in campagna, vicino Terni, aveva la terza elementare, ma senza aver letto nulla, aveva come naturale lo spirito del biologico e la cura nell'evitare lo spreco.
Guai buttare l'acqua che non si consumava, sarebbe servita per le piante o per lavare, così il pane duro per le galline o il latte andato a male per smacchiare. Non si sprecava niente e l'Expo di Milano era ancora lontana alcuni decenni.

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