Culle vuote in Italia

Demografia e debito pubblico
di Matteo Ricciotti

Durante il fascismo, una delle "idee forti" del regime, o tali apparivano, era la questione demografica: più numerosa era la popolazione - affermava la propaganda - e più necessità aveva l'Italia per richiedere uno spazio vitale per vivere. Peccato, però, che lo voleva fare a spese di altre nazioni.
Per anni, dopo la caduta del fascismo, si rigettò questa idea dello sviluppo demografico in quanto considerata imperialista e troppo legata ad una ideologia condannata dalla storia.
Ma gli anni passano e si comprende che un conto è parlare di sviluppo demografico per conquistare il mondo e un altro è mantenere lo sviluppo economico e sociale del proprio Paese.
Un tema complesso di cui ce ne accorgiamo soprattutto in questi ultimi decenni da quando siamo diventati tra i primi al mondo per denatalità.
Siamo già alla cifra di non ritorno con una percentuale di 1.2, per fortuna, bisogna pur dirlo, che ci sono gli immigrati, altrimenti saremmo da prefisso telefonico.
Ormai, e per almeno due generazioni, saremo inesorabilmente un popolo di vecchi.
Il rapporto tra i nati e i morti è in favore di questi ultimi con la vita media che si è allungata di molto e non c'è un bilanciamento con dei nuovi nati, elemento fondamentale per guardare al futuro con serenità.
I figli costano, è una frase che si sente dire spesso, ma con la crisi economica sono diventati addirittura un lusso. Così, invece di essere una ricchezza per la comunità, fare figli oggi è quasi un ostentazione, roba da ricchi o peggio da incoscienti, come sembra indicare lo stesso papa.
Una crisi demografica che per la prima volta colpisce il nostro Sud, da sempre un vero serbatoio di natalità, ma ora, anche qui, le culle sono sempre più vuote, perfino la fecondità delle donne è in crisi.
Regioni come il Molise e la Basilicata, per fare solo un esempio, sono tra le regioni più colpite mentre un discorso a parte merita la Sardegna, al vertice non solo per la denatalità, ma anche dove ci si sposa di meno, lo stesso vale per le convivenze, insomma, una regione che demograficamente sta sprofondando per mancanza di una speranza nel futuro.Questo non è solo un problema antropologico, ma anche economico e riguarda tutti noi. Dalla fine della Seconda guerra, abbiamo avviato una forte crescita indebitandoci, al di la delle nostre possibilità, per finanziare non solo gli investimenti, ma soprattutto per coprire la spesa corrente, un atteggiamento economico divenuto esponenziale in questi ultimi due decenni, con il risultato di un debito pubblico ormai fuori controllo.
Abbiamo di fatto vissuto rinviando alle generazioni future il nostro debito; un sistema balordo, non certo da buon padre di famiglia che ha sempre funzionato finché la crescita demografica supportava quella economica, come al tempo del baby boom, per tutto il periodo 1945-1964.
Adesso, se vogliamo mantenere ancora un certo benessere, a chi lo rinviamo il nostro debito non essendoci più nuove generazioni per farsene carico?
Per mantenere al minimo il cosiddetto "tasso di sostituzione", ogni donna dovrebbe avere almeno 2 figli, mentre, come abbiamo visto, siamo appena alla metà.
La domanda egoistica che ci si pone, non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi industrializzati che vivono il nostro problema, è chi pagherà il sistema di assistenza per una popolazione sempre più vecchia e costosa, come pensioni e sanità?
In conclusione, se finora abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, anticipando al presente il consumo di redditi futuri, da oggi non solo non potremo più farne affidamento, ma, cosa ben più difficile, dovremo anche iniziare a saldare i debiti accumulati in passato.
Nella dottrina cristiana si afferma che i figli sono un dono della Provvidenza e oggi, laicamente, bisogna dire che questa affermazione è quanto mai appropriata, quanto meno per ripagare il nostro debito pubblico.

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