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Diritto di critica

Papa Francesco e i rischi di parlare a braccio
di Antonello Cannarozzo

Le continue simpatiche esternazioni di papa Francesco mi hanno ricordato quando, un tempo, parlare in pubblico per chi aveva un ruolo importante, era una cosa seria, infatti non si parlava mai a braccio, aveva sempre i suoi bei fogli in tasca da leggere ben sapendo che ogni parola avrebbe avuto il suo peso nella politica, nell'economia o nella società in genere; era una questione di serietà.
Oggi, invece, è bello e moderno parlare a braccio, senza citare i twitter o i vari social, di cui anche il papa, purtroppo, è un habitué di questo modo di improvvisare, con l'idea di essere più vicino alla gente, per poi lasciare al suo portavoce, padre Lombardi, il lavoro ingrato di spiegare le sue vere intenzioni.
Il recente viaggio nelle Filippine è solo l'ultimo esempio.
Prendo, a modello, anche per motivi di spazio, solo alcune delle esternazioni che hanno fatto il giro del mondo non senza qualche perplessità.
Ricordiamo tutti il famoso "cazzotto" dato a chi avrebbe offeso sua madre, oppure nel raccontare quando un giorno del 1994 in Argentina ha trattato alcuni personaggi che volevano fare affari non leciti proprio con la Chiesa, ha risposto in modo certo assai lontano dalla prassi ecclesiale per dire che non accettava compromessi: "(...) gli do un calcio dove non batte mai il sole, oppure faccio lo scemo. E ho fatto lo scemo". Parole certo forti in bocca ad un papa, ma intanto la polemica è stata innescata e certo non finirà presto.
Famosa è poi quella sulla responsabilità dei genitori nel fare figli: "Io credo - ha detto durante il volo per le Filippine - che il numero di tre per famiglia sia quello che gli esperti ritengono importante per mantenere la procreazione, tre per coppia" ed essere cristiani non è procreare come conigli, poi ha raccontato l'episodio di una donna da lui incontrata, quando ancora era primate in Argentina, incinta dell'ottavo figlio, che gli confidò di non avere i mezzi economici sufficienti e la sua risposta è stata assai categorica:" Sii responsabile".
Allora, un semplice fedele può domandarsi ma il "Crescete e moltiplicatevi" (Genesi cap. 19,30-38) non è più valido?
Fare figli per un cattolico non è essere conigli, mi permetto di dire sommessamente, Santità, significa accettare la vita che viene da Dio accompagnato da una fede viva, come insegna la dottrina, verso la Provvidenza nel mettere al mondo figli per amore del Signore.
Quante mamme sono state portate nei secoli ad esempio per il loro eroismo nell'accettare i figli secondo la volontà di Dio, così, non lo nascondo, ho provato un senso di disagio davanti a queste considerazioni come sentendo la risposta del papa alla donna in attesa dell'ottavo figlio. Una risposta quanto mai inopportuna, specie per un uomo di Chiesa; invece di replicare, come sarebbe stato opportuno e dottrinale:"Dio non ti abbandona, la Provvidenza ti aiuterà", l'accusa di irresponsabilità.
E cosa dovrebbe fare la donna abortire per di rimanere nello standard dei tre figli proposto dagli esperti citati dal papa e se c'è un parto multi gemellare che fa, li ammazza per mantenere la statistica?
Al papa forse farebbe bene rileggere i documenti sul tema della procreazione che hanno scritto i suoi predecessori, l'ultimo fu Paolo VI che non ebbe paura di mettersi contro tutto il mondo laico liberale e anche cattolico progressista pur di affermare la sacralità della vita per ogni cristiano con l'enciclica Humanae vitae, nel 1968, in piena contestazione giovanile.
Ed ancora, non si può, specialmente per il ruolo che ricopre il papa, volgarizzare un dono di Dio e trattarlo come un accoppiamento tra conigli, ricordo che l'atto coniugale è il principio del sacramento del matrimonio, altro che un atto animale come da conigli.
Da un papa che sta scompaginando tutte le antiche consuetudine che hanno però salvaguardato la Chiesa per due millenni, fa un certo effetto sentire proprio lui, che ama essere amato da tutti: fedeli, atei, ebrei, protestanti, mussulmani, ecc..., invitare poi i religiosi a: "rifiutare ogni mondanità. Per noi consacrati vescovi, preti, suore e laici impegnati il peccato più grave - afferma papa Francesco - è la mondanità. È tanto brutto vedere un consacrato, un uomo di chiesa diventato mondano".
Forse, visto questo primo anno e mezzo dalla sua elezione, occorrerebbe anche per il papa fare un minimo di autocritica.

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