La morte di Mario Cuomo

La morte di Mario Cuomo
di Antonello Cannarozzo

Il nuovo anno si apre con una triste notizia: la morte di Mario Cuomo, il primo governatore italoamericano dello stato di New York.
Alle giovani generazione probabilmente non dirà nulla, un nome come tanti, ma per chi ha qualche capello grigio e un impegno politico in gioventù, Cuomo rappresentò l'America dalla faccia pulita, il politico americano che poteva parlare senza suscitare violente manifestazioni di piazza in ogni parte del mondo al grido di "Usa Go Home".
Era nato nel 1932 a New York da una famiglia della provincia di Salerno, divenuto avvocato di fama, politico per vocazione, fu per tre volte governatore e per tre volte gli fu offerta dai democratici la candidatura alla presidenza del Paese, ma, misteriosamente, non accettò mai, pur avendo il favore della maggioranza degli elettori americani, al di là degli schieramenti ideologici.
Un vero mistero che nessuno è mai riuscito a svelare, anche se, chi lo conosceva bene, sapeva che era un uomo onesto prima di tutto con la propria coscienza e, in cuor suo, non avrebbe potuto accettare i tanti compromessi che quella carica gli avrebbe imposto.
L'apice del suo successo politico fu sicuramente il discorso che tenne nel 1984 alla Convenzione democratica a San Francisco; una difesa vigorosa del liberalismo e un attacco senza precedenti contro l'allora presidente, Ronald Reagan.
Celebre fu la frase:"Una città splendente è forse tutto ciò che il presidente vede dal portico della Casa Bianca e dalla veranda del suo ranch, dove tutti sembrano fare bene", disse. "Ma, signor Presidente, lei dovrebbe sapere che questa nazione è un racconto di due città e non solo una metropoli splendente su una collina".
A chi gli chiedeva per che cosa volesse essere ricordato della sua vita rispose: “Una delle cose semplici che volevo realizzare era diventare governatore. Voglio essere il lavoratore più serio che ci sia mai stato. E voglio, quando sarà finita, che la gente dica: ‘Ecco, era una persona onesta’”.
Di quest'uomo, indirettamente ho una testimonianza, ormai seppellita dal tempo. Era il 1985 o forse il 1986, quando il mio giornale, mi mandò a fare un'intervista a Matilde Raffa, italo americana di origini siciliane, in visita in Italia. La donna, assai simpatica, non aveva alcun incarico politico, né meriti scientifici era però la moglie dell'allora astro nascente della politica americana, Mario Cuomo, da poco più di un anno il primo governatore dello Stato di New York e, secondo molti, nuovo leader dei liberal statunitensi.
Tanto era bastato perché da buoni provinciali come eravamo e siamo, accogliemmo in Italia la signora come se fosse già la first lady del presidente Usa, tanto da avere incontri con l'allora capo di stato, Sandro Pertini e, a seguire, da tutti i leader del tempo: nessuno voleva mancare a tale incontro.
Il giorno della mia intervista fu assai burrascoso.
Ero andato in un grande albergo romano dove la signora avrebbe tenuto un discorso sulla pace e, subito dopo, doveva recarsi in una scuola americana per incontrarne gli studenti. Il mio compito sarebbe stato di infilarmi tra questi due eventi, cosa assolutamente non facile.
La folla di cronisti, fuori e dentro l'albergo era enorme, insieme ai numerosi curiosi. In questa calca raggiunsi non senza fatica l'ufficio stampa, già contattato dal giornale, che mi concesse di incontrare la signora per soli 10 minuti, in una stanza insieme a tutto il suo staff, una decina di persone in tutto.
La Matilde Raffa era molto affabile e mi raccontò le sue origini italiane e quelle del marito, originario di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, la storia dei suoi cinque figli e di quanto il marito avesse un avvenire nel baseball, purtroppo interrotto da un infortunio durante una partita.
Era così coinvolgente che per un attimo mi sembrava di conoscere la famiglia Cuomo da sempre, ma mentre stavamo per entrare nel vivo dell'intervista, allo scadere dei dieci minuti esatti, lo staff della signora mi interruppe e a mala pena riuscii a salutarla.
Fuori c'erano politici, altri giornalisti e tanti curiosi che nel frattempo erano aumentati.
Ricordo che un vecchio cronista uscendo dalla calca di gente mi disse: "Vedi giovane collega, impara: questa donna ufficialmente non è nessuno, non ha alcun potere, ma potrebbe averlo, (si parlava del marito come prossimo inquilino della Casa Bianca. ndr) e allora meglio prepararsi".
Ma erano altri tempi, un’altra Italia, oggi sarebbe peggio.

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