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Rai, Informazione e Chiesa
di Antonello Cannarozzo

La Chiesa ha occupato militarmente la Rai tv, no, non è un colpo di Stato, ma è quanto afferma un esposto dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AgCom).
Su tutte le reti nazionali della Rai - è questa il rimprovero - la Chiesa cattolica raggiunge quasi il 99% di presenze sul totale dei soggetti di altre religioni, senza infierire sul dato che non vi è nessuno spazio dedicato anche alle opinioni atee e agnostiche, violando di fatto la propria missione di servizio pubblico che dovrebbe essere disponibile ad ogni cittadino.
Una pluralità di contenuti, di diversi formati e generi, che rispettino i principi dell’imparzialità, dell’indipendenza e del pluralismo" - cita la l'esposto,nonché di “avere cura di raggiungere le varie componenti della società, prestando attenzione alle differenti esigenze di tipo generazionale, culturale, religioso, di genere e delle minoranze, nell’ottica di favorire una società maggiormente inclusiva e tollerante verso le diversità”.
L'osservazione non è peregrina, anzi, è una realtà con la quale ogni abbonato si trova davanti ogni giorno sia con trasmissioni apposite, "A sua immagine" è solo un esempio, sia nelle numerosissime presenze sui Tg, ma anche in programmi lontani da un impegno religioso come nei vari talk, reality o svago che invadono quotidianamente il piccolo schermo.
La risposta all'esposto dell'Uaar non si fatta attendere, anche se un po' "pilatesca", della AgCom che, a nostro avviso, non fa che complicare la querelle in tema di pluralismo sociale, affermando. In sintesi: "... a differenza di quanto avviene per la comunicazione politica disciplinata dalla legge sulla par condicio, non si rinvengono specifiche previsioni che impongono obblighi di tipo quantitativo in capo alla concessione pubblica".
Effettivamente lo spazio dato ad altre confessioni è risibile, pensiamo a trasmissioni come "Protestantesimo" oppure "Sorgenti di vita" curato dalle comunità ebraiche italiane, bisogna essere dei malati d'insonnia per poterli vedere visto l'orario di programmazione, ma non va meglio per altre comunità non cattoliche praticamente assenti da ogni palinsesto come gli ortodossi, i buddisti o i mussulmani, passando per i testimoni di Geova.
Osservazioni certamente giuste, ma bisogna ricordare anche un dato assai eloquente, dato che nell'esposto si parla di democrazia. Le varie religione citate sono certamente realtà vive sul nostro territorio, ma rappresentano, tutte insieme, tra il 6 e il 7% della comunità nazionale a fronte di oltre il 67% di cattolici a cui si deve aggiungere, secondo gli osservatori dell'auditel, una larga fascia di utenti che, pur non essendo praticante, è interessata alla vita e all'opinione della Chiesa. Non vogliamo dire che il numero così elevato debba farla da padrone nei palinsesti, ma certo non si può neanche ignorare e un azienda come la Rai non può ignorare questi "numeri", a prescindere dalla risposta dei telespettatori e dagli spazi inviolabili da dare ad altre confessioni.
Pensiamo, solo per fare un esempio, allo share di papa Bergoglio che rimane altissimo, così la presenza di vari religiosi che intervengono nei dibattiti, per non parlare della Santa Messa trasmessa la domenica mattina e che ha un audience elevatissimo rispetto alla fascia oraria in cui viene trasmessa.
Chi come me ha già qualche capello bianco, ricorderà negli anni '50 la figura televisiva di padre Mariano, un cappuccino dall'eloquenza straordinaria e da un affabilità nei modi che lo stesso Palmiro Togliatti, l'allora segretario del Partito comunista, ne era diventato, raccontano le cronache, un suo fan, pur nelle ovvie differenze ideologiche.
Così alla radio nasceva una rubrica ancora oggi di grande successo, "Ascolta, si fa sera", diretta per decenni dal gesuita padre Rotondi.
Ma, nonostante il papa di quegli anni si chiamasse Pio XII e la Chiesa era veramente una potenza politica di primissimo piano, la presenza vaticana sul piccolo schermo era ancora marginale, anche per una certa riluttanza che "Oltre Tevere" si aveva per questo nuovo mezzo di comunicazione.
Dopo il pontificato "pacelliano", anche i suoi successori ebbero, se non in casi assai particolari, una presenza video molto discreta.
Bisognerà arrivare al 16 ottobre del 1978 con l'elezione del papa polacco Karol Wojtyla che, come un ciclone, cambierà per sempre il rapporto tra i media e la religione facendone del papato una vera star e del Vaticano un punto di riferimento per qualsiasi questione politico-sociale sui media italiani e stranieri.
Fu tale l'importanza di seguire questo papa insieme ai cambiamenti inarrestabili della Chiesa che venne introdotta dall'Ordine dei Giornalisti la figura, fino ad allora solo nominale, del vaticanista.
Oggi, davanti a questa protesta dell'Uaar, rivive nella memoria la famosa frase di Benedetto Croce che, pur essendo liberale e agnostico, tuttavia parlando da italiano, non poteva non dirsi cattolico, anche solo per il fatto che la storia bi-millenaria della Chiesa si fonde e si confonde con le vicende italiane fin dal suo primo apparire e, dunque, parlare di cattolicesimo non è la stessa cosa che parlare di Testimoni di Geova o protestanti o buddisti.
Il mondo cristiano è qualcosa che entra prepotentemente nella nostra storia e nella nostra vita e non è facile separare la vita della Chiesa dalla nostra vita sociale, perché nel bene e nel male è parte integrante della nostra vita.
Parlare d'invadenza della Chiesa è probabilmente vero, dare più spazio ad altre realtà religiose è auspicabile anche da parte della stessa Chiesa. Ricordiamo che il Concilio Vaticano II con il documento Nostra Aetate, del 1965, affermò in maniera netta il valore della libertà religiosa di qualsiasi Credo, con ciò bisogna comprendere che la nostra cultura italiana non è avulsa, ci piaccia o meno, da una storia in comune con la religione cattolica, senza la quale forse la nostra tanto decantata arte non sarebbe esistita e dunque attenzione a voler recidere i legami con la Chiesa, come spesso avviene in questi ultimi tempi, salvo voler tagliare per sempre le nostre stesse radici.

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