Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi ne Il giovane favoloso

Riconosciuta finalmente la vera malattia del poeta di Recanati

Fu il genio o la malattia a rendere grande Leopardi?
di Antonello Cannarozzo

Tra i personaggi della nostra letteratura più celebrati, certamente un posto d’onore va riconosciuto a Giacomo Leopardi.

Amato e odiato da intere generazioni di studenti, oltre che per le sue opere, anche per quella sua vena di tristezza e di melanconia, tanto da definirlo il prototipo del pessimista, argomento sul quale sono state riempite intere biblioteche.

Indubbiamente la sua vita non è stata tra le più divertenti, morto giovane ad appena 39 anni e per più della metà dell’esistenza afflitto da vari malanni, amava la solitudine e della vita aveva una visione dolorosa, senza speranza di una gioia per quanto effimera, almeno così lo hanno raccontato i suoi biografi, insomma uno che se lo incontravi facevi subito segni inequivocabilmente scaramantici.

Ma veramente aveva quest’aria triste racchiusa in se stessa, ignorando il mondo circostante, i rapporti con le altre persone e, poi, era davvero così malandato nel corpo? Praticamente non lo sapremo mai perché il cadavere venne gettato in una fossa comune insieme ad altre vittime della peste che proprio tra il 1836 e 1841 aveva mietuto tante vittime a Napoli, ma così recitava la legge emanata dalle autorità sanitarie e non si poteva fare alcuna preferenza vista il dramma che aveva colpito la città con i suoi dintorni.

E pensare che il recanatese era venuto per cambiare aria nel golfo di Partenope a causa della sua salute malferma.

Nonostante la mancanza di un corpo da esaminare, grazie alle testimonianze di chi lo conobbe e con la lettura di molti suoi scritti si è arrivati a determinare quasi con certezza la malattia da cui era afflitto: spondilite anchilosante, una malattia degenerativa infiammatoria che colpisce le articolazioni della colonna vertebrale, causandole sempre meno flessibilità con una evidente limitazione dei movimenti.

Purtroppo, nei casi più gravi, come sembra essere stata quella del Leopardi, la colonna vertebrale diventa una struttura unica, con l’impossibilità per coloro che ne vengono colpiti di svolgere anche semplici attività della vita quotidiana come alzare la testa per vedere il cielo. Una sintomatologia che calzava assai bene con le condizioni di salute del nostro poeta.

A determinare e diagnosticare la malattia è stato recentemente il dott. Erik Sganzerla, direttore di Neurochirurgia dell’ospedale San Gerardo-Università Bicocca, il quale ne ha tratto anche un libro dalle sue ricerche: ‘Malattia e morte di Giacomo Leopardi’.

L’illustre medico ha indagato, come sappiamo senza avere il corpo, attraverso però una montagna di lettere che nostro il nostro poeta scriveva quasi in continuazione, sono infatti ben 1969, e da queste è stato possibile ricostruire le varie fasi della malattia, dal suo manifestarsi nei primi sintomi fino alla drammatica evoluzione con il risultato di smontare un'altra diagnosi (finora era quella più quotata. Ndr) quella della spondilite tubercolare.

Ma come si è arrivati a questa diagnosi così accurata e precisa, una malattia genetica rara che ancora oggi ha una incidenza di appena 5 o 6 casi su oltre 100 mila persone?

È lo stesso Erik Sganzerla a spiegarlo:” Ho seguito un metodo di indagine squisitamente clinico - spiega il neurochirurgo - ho analizzato i sintomi di cui parla nelle lettere tra cui disturbi urinari, deformità spinale, disturbi visivi, astenia, gracilità, bassa statura, disturbi intestinali e complicanze polmonari e cardiopolmonari. Piuttosto che pensare a tante diverse patologie ho ricondotto questo quadro ad un comun meccanismo degeneratore”.

Inoltre, analizzando la vita del poeta, attraverso lettere e testimonianze, troviamo curiosamente aspetti della sua infanzia tutt’altro che tristi e non era un bambino timido, anzi è descritto come vivace e addirittura un vero capo bando insieme al fratello Carlo nell’organizzare giochi. Infine il suo fisico non era affatto gracile e né tanto meno gobbo.

Sfortunatamente la deformità spinale, una cifosi dorsale, insorge dopo i 16 anni, spiega Sganzerla e a suffragare la sua ipotesi cita la testimonianza del marchese Filippo Solari che afferma in una lettera di aver lasciato: "Giacomino di circa 16 anni sano e dritto e di averlo ritrovato dopo 5 anni "consunto e scontorto", proprio come il decorso della malattia diagnosticata.

Giacomo fu riconosciuto ancora giovanissimo molto intelligente e curioso, amante della cultura, tanto da dedicarsi anima e corpo allo studio addirittura in maniera sfrenata, quasi una nevrosi, rimanendo a studiare per ben sette lunghi anni nella vasta biblioteca paterna, il conte Monaldo, un periodo che sarà definito dallo stesso Leopardi “matto e disperatissimo”.

Questo fattore dello studio determinò l’aggravarsi della sua deformazione insieme a problemi della vista, anche se a fasi alterne, ed a gravi disturbi intestinali con complicanze cardiopolmonari. Tutte cause che lo accompagneranno per tutta la sua breve vita fino a contrarre il morbo della peste che gli causò la morte il 14 luglio del 1839.

Tra gli aspetti certamente innovativi di questa diagnosi, è da notare che si esclude ogni forma di “depressione psicotica”, come, invece, riportato da tanti studi fin dalla morte del poeta.

Se è vero, come afferma Sganzerla, che la malattia ha certamente influito su molti suoi aspetti caratteriali, purtuttavia nelle sua vita quotidiana non dimostrò forme depressive, anzi proprio i contrario, assetato com’era di nuove conoscenze del sapere, amava viaggiare tanto come fece fino agli ultimi giorni della sua vita e tutto sempre con grandi progetti per il futuro.

Ebbe, lungi da ogni vero depresso, sempre il coraggio di avere lo sguardo oltre gli ostacoli della vita come egli stesso ci racconta nella sua più celebre poesia l’Infinto:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco Il cor non si spaura”.

Se con questi nuovi studi abbiamo appreso sempre di più sul genio di Recanati, non sapremo mai, però, come del resto da due secoli si è domandata la critica letteraria se la grandezza di Leopardi fosse dovuta al suo genio o se la malattia abbia influenzato la sua opera.

Questo è un mistero che il Poeta si è portato, come si dice, nella tomba anche se questa, purtroppo, non è mai esistita per lui.

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