Libri (fonte foto Pixabay)

Parole straniere e modi di dire sono la ricchezza del patrimonio linguistico

Curiosità e bellezza della lingua italiana
di Antonello Cannarozzo

La nostra bella lingua italiana ha una ricchezza enorme  di vocaboli, tali da poterci esprimere correttamente e in maniera esaustiva praticamente su ogni argomento arrivando a contenere, ma per difetto, almeno 110 mila vocaboli, il guaio è che di tanta abbondanza ne usufruiamo meno del 10%, almeno le persone di media cultura per scendere a poche centinaia di vocaboli non solo tra persone prive di istruzione, ma ciò che è peggio, tra i giovani che almeno anno frequentato la scuola dell’obbligo.

Con il boom dei mezzi d’informazione i vocaboli invece di aumentare diminuiscono o, peggio, vengono semplificati artificialmente come usare la X al posto della preposizione ‘Per’ oppure negli sms si contrae una frase, ad esempio: “Ti voglio bene” in TVB. È un assurdo che ci priva non solo di enormi possibilità di espressione, ma anche di un vero progresso perché più un linguaggio è povero e più siamo anche noi poveri di idee.  

La bellezza della nostra lingua è di avere origine da una lingua perfetta come il latino che nei secoli si mischiata a dialetti, usanze e modi di dire che hanno creato una vera e propria miscellanea nel nostro idioma parlato con espressioni a volte assai lontane anche geograficamente, ma per una serie di accadimenti sono arrivati fino a noi.

Ad esempio dall’arabo abbiamo preso parole, ma sono centinaia, come algebraalchimia e alcuni nomi, come elisir o vento di scirocco carovane del deserto come caffèlimonizucchero, carciofizafferano.

In questo scambio linguistico abbiamo utilizzato parole inglesi che a loro volta derivano dal sanscrito come ad esempio pigiama, scialle, bandana, veranda, giungla, shampoo, gimcana, atollo, guru, catamarano, yoga ecc.

Una piccola curiosità sull’argomento: questi vocaboli fanno riferimento ad un dizionario di parole anglo-indiane, lo Hobson-Jobson, pubblicato verso la fine del XIX secolo, ma Hobson-Jobson non è, come si può pensare, il nome dell’autore, ma è l’adattamento in inglese della frase “Ya Hasan! Ya Hosein” usata durante un rituale religioso indiano.

Proseguendo questo breve viaggio tra le parole altre derivano dal tedesco come birra, brindisi, ermellino, francobollo, lista, ratto e slitta e potremmo continuare con gli apporti alla nostra lingua dataci dagli spagnoli, dai francesi per non citare il greco o tutte le lingue dell’Est europeo o dal Medio Oriente.  

Ma la vera ricchezza delle nostre espressioni linguistiche dove dimostriamo un acume non indifferente sono le frasi idiomatiche, cioè quelle espressioni che diventano un modo di dire e di cui ormai per la loro antichità ne abbiamo spesso perso l’origine e anche il vero significato letterale.

Un esempio potrebbe essere a bizzeffe, per indicare una grande quantità, quasi senza limiti come “mangiare a bizzeffe oppure “piove a bizzeffe”, ma se cercate il suo significato etimologico perdereste tempo non trovando nulla perché la parola è la storpiatura di una parola araba bizzaf che a sua volta derivata dal latino quando il magistrato che concedeva la grazia completa ad un condannato nella sentenza scriveva due volte la parola fiat anziché solo una volta come era da prassi.

In seguito per semplificare si usarono solo due ff tale da far dire a chi era stata condonata una pena: “ho avuto la grazia bis effe” bizzeffe e, dunque, senza limiti. Un'altra frase idiomatica curiosa per definire una prostituta di ‘alto bordo si è ricorsi al gergo marinaresco che nulla ha di volgare, ma sta ad indicare il prestigio di una nave era in rapporto con l'altezza del bordo, o meglio della fiancata dello scafo che emerge dall'acqua.

Abbiamo anche espressioni che vengono da antiche favole con poche varianti un po’ in tutto il Mediterraneo come “Avere la coda di paglia”. Si narra che una volpe avesse per coda solo un mozzicone e si vergognava molto di questa sua menomazione così le altre volpi per solidarietà le cucirono una bella coda, ma di paglia. La notizia si seppe ben presto specialmente tra gli allevatori che accesero dei fuochi davanti ai propri gallinai perché la volpe, per paura di bruciarsi la coda finta, non si poteva avvicinare più alle galline che furono salve.

Così si ha ‘la coda di paglia’ quando chi ha compiuto qualche guaio ha paura di essere scoperto. Da ragazzo mio padre per insegnarmi a comportarmi bene mi minacciava che mi avrebbe fatto vedere i sorci verdi. Presi questa espressione colorata come un dato di fatto senza troppo investigare, solo ormai da adulto scoprii il suo significato storico recente.

Nel 1936 un reparto speciale della Regia Aeronautica, la 205esima Squadriglia, aveva preferito come stemma, da mettere sulle fusoliere dei suoi nuovi trimotore Savoia-Marcetti SM79, il disegno appunto di tre sorci colorati di verde. La squadriglia era particolarmente efficiente così alzando gli occhi al cielo, chi vedeva i tre sorci verdi sulle fusoliere sapeva che la situazione si era fatta difficile per gli aerei nemici e da lì l’espressione che ha assunto il significato di annuncio di sconfitta per gli avversari.

Per concludere l’articolo credo che sia d’obbligo un bel Ciao, divenuto quasi uno brand per indicare l’Italia solo che è un termine che viene dal mondo slavo. In passato esisteva il saluto deferente schiavo dal latino medievale sclavusslavus, per indicare “Prigioniero di guerra slavo”usato poi per dire 'servo suo' specialmente nella regione veneta. Nei secoli si abbreviò la parola in s-cio e solo in seguito si è trasformata in ciao. Così il saluto, un tempo per indicare grande rispetto, è diventato, invece, molto più confidenziale e pensare che appena un secolo fa, la parola era usata quasi esclusivamente nell'Italia settentrionale.

Sicuramente mentre completiamo questo pezzo il nostro vocabolario si sarà arricchito di nuove parole straniere, di nuove espressioni e tanti neologismi, ma è questo che rendo tutto sommato la nostra una lingua sempre viva pur nel solco di una grande tradizione.

 

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