Poster del Piano Marshall (foto di pubblico dominio)

Alla fine della guerra l’Europa rinasceva con l’aiuto americano

Nel 1948 nasceva il piano Marshall
di Antonello Cannarozzo

Il 9 maggio si celebra ogni anno la festa dell’Europa in ricordo del discorso dell’allora ministro degli esteri francese, Robert Schumann, pronunciato a Parigi nel1950 e che pose le basi per la futura Europa unita, allora poco più che un sogno.

Ma c’è un’altra data ugualmente importante per la rinascita economica dell’Europa dopo la guerra, il 2 aprile del 1948 quando gli Stati Uniti vararono European Recovery Program (ERP), più noto come “piano Marshall” per la ricostruzione di un intero continente che usciva stremato dall’ultimo conflitto mondiale.

Un progetto lungimirante ideato dal generale dell’esercitoGeorge Marshall e segretario di Stato del presidente Usa Hanry Truman.

Da esperto militare aveva individuato come una tragedia di simili proporzioni poteva dare, oltre un nuovo sviluppo al vecchio Continente, anche una sfera di influenza per il suo Paese non solo economica, ma anche strategico militare che ancora dura ancora dopo settant’anni.

Alla fine della guerra gli Stati Uniti e il Canada erano le due grandi potenze con grandi risorse naturali, sia agricole che minerarie a confronto con le nazioni europee che, proprio in quel periodo, oltre alle tante privazioni, dovettero fare i conti anche con il durissimo inverno del 1945 che portò molti Paesi quasi alla carestia per scarsezza di cibo.

Truman fece allora spedire 17 milioni di tonnellate di cibo, un sesto del cibo prodotto in America, non dimenticando il già agonizzante Giappone.

Una cifra da capogiro 

Un impegno umanitario che durò anche per l’anno successivo, ma che pose anche le basi per il futuro Piano con un investimento di circa 14 miliardi di dollari che al valore di oggi si agirebbe a 110 miliardi di dollari, per circa quattro anni, dal 1948 al 1951.

Può sembrare poco cosa con gli occhi di oggi la somma prevista, ma allora era una cifra da capogiro portando una boccata d’ossigeno a Paesi completamente distrutti.

L’Unione Sovietica cominciava in quegli anni a rivaleggiare con gli Usa e nonostante fosse stata invitata a partecipare al Piano rifiutò i suoi benefici per non entrare nell’orbita a americana e proibì di accedervi anche a tutte quelle nazioni ad essa ormai assoggettate, di lì a poco nascerà Patto di Varsavia, e provando ad avviare come risposta un fallimentare Piano Molotov. Nasceva quella che Churchill definì come la “Cortina di ferro”,

Con queste premesse il progetto americano diventava di fatto un deterrente per frenare l’espansionismo sovietico e creando una barriera grazie a democrazie forti economicamente e ad una alleanza sempre più incisiva con l’Europa occidentale, tanto che di lì a poco nasceva anche l’alleanza militare della Nato.

L’influenza statunitense 

Fin qui l’aspetto generoso del Piano senza il quale l’Europa non si sarebbe risollevata, non solo economicamente ma anche politicamente, se non dopo molti decenni.

Ma, come osservato da molti economisti, il progetto aveva anche un interesse pratico per l’economia statunitense.

Se nei tempi passati la crisi economica dipendeva dalla mancanza di produzione di beni da acquistare, già alla fine del XIX secolo era il contrario c’era troppa produzione sui mercati con la conseguenza di abbassare di molto il valore delle merci addirittura sotto il valore dei costi di produzione.

Inutile dire le conseguenze: l’impresa fallisce per il mancato guadagno di conseguenza non può pagare gli stipendi, i lavoratori sono disoccupati e non possono acquistare i beni prodotti, insomma il classico cane che si morde la coda.

Nel dopoguerra gli Usa erano la prima superpotenza a livello mondiale, le sue aziende non avevano avuto la tragedia di bombardamenti, anzi la sua produzione aveva toccato livelli eccezionali sia a livello agro - alimentare che industriale assai superiore della richiesta interna con il pericolo economico che abbiamo accennato, dunque, bisognava esportare e per questo era strategico rimettere in sesto al più presto l’Europa e creare un mercato di apertura per le imprese americane su cui dirottare le eccedenze produttive.  

Non solo, ma il nostro Continente, oltre che di cibo aveva bisogno di ricostruire impianti, strade, ferrovie, case, macchinari, insomma un affare di centinaia di miliardi di dollari che facevano gola alle grandi imprese americane, le uniche potevano intervenire concretamente.

Così salvando l’Europa si avvantaggiava anche l’economia americana mettendo in crisi la nascente potenza sovietica.

Nuove politiche europee 

Per dare maggiore consistenza agli aiuti affinché producessero una vera e solida economia di mercato bisognava però dare avvio anche a politiche meno chiuse dai dazi doganali e dalle restrizioni di importazione, con una maggiore circolazione di beni e persone all’interno dell’area europea. In pratica il Piano Marshall metteva le basi per una serie di futuri accordi di interscambio fino ad arrivare ai giorni nostri con la nascita dell’Unione Europea e della moneta unica, una vera fantascienza solo cinquant’anni fa. Dunque, un successo per la politica estera americana che si proiettava sulla scena internazionale come la salvatrice del mondo libero a differenza del blocco comunista.

Ma su questo Piano si sono levate negli anni molte voci di famosi economisti che hanno rilevato parecchie incongruenze, al di là della facile propaganda, non essendo d’accordo che la ripresa europea si dovette solo al Piano, dato che era già in atto.

Se guardiamo al denaro speso dal Piano Marshall, i 13 miliardi di dollari accennati, gli aiuti rappresentarono meno del 3% del reddito nazionale combinato di tutti i Paesi beneficiati tra il 1948 e il 1951, con un aumento della crescita del Pil di appena lo 0,3%.

Le cifre certamente parlano chiaro, ma ciò che contò realmente in quella fase storica furono i cosiddetti effetti economici e politici indiretti, come l’attuazione delle politiche liberali capitalistiche, l’ideale dell’integrazione europea e delle partnership governative-commerciali che furono e le principali ragioni della crescita dell’Europa.

Per tutto questo, pur tra luci e qualche ombra, il 2 aprile potrebbe essere un momento per noi europei per riflettere come siamo arrivati al nostro benessere e anche come tutto questo si possa perdere in futuro prossimo per la follia di pochi.

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