Raimondo Bucher con una Rolleiflex dotata di scafandro autocostruito (Foto di Pubblico Dominio)

Pilota di caccia, inventore, grande subacqueo, archeologo

Un italiano dimenticato: Raimondo Bucher
di Antonello Cannarozzo

Vedere le spettacolari riprese sott’acqua dei grandi documentaristi della BBC o della National Geographic sembra una cosa del tutto normale eppure la possibilità di fotografare o filmare sotto i mari e scoprire l’immenso continente d’acqua non era fino a settant’anni fa una cosa abituale. Troppi erano gli ostacoli che si creavano per una macchina fotografica o da ripresa; dalla impermeabilità dell’apparecchio ad un obiettivo più luminoso, perché già ad una profondità di pochi metri si entrava nel buio quasi totale, per non parlare della pellicola più sensibile e alla resistenza all’acqua dei vari ingranaggi.

Tutto questo lo dobbiamo ad un italiano quasi sconosciuto al grande pubblico: Raimondo Bucher. Era nato da una famiglia italiana nell’allora Impero asburgico, nel 1912, a Gödöllö, in Ungheria. Qui trascorse la sua infanzia per poi trasferirsi definitivamente in Italia con i suoi ed intraprendere gli studi che lo porteranno a frequentare i corsi di aereonautica militare risultando il primo del suo corso. Ancora giovanissimo, ad appena ventisette anni, diventa istruttore di volo e di acrobazie. Durante la seconda guerra mondiale è assegnato a pilotare i caccia, ma con l’8 settembre decide di combattere insieme agli Alleati per la guerra di liberazione dal fascismo, rimanendo in servizio come capitano. Una figura eccezionale, fuori dal comune, vissuto fino all’età di 96 anni a Roma dove si è spento nel 2008.

Ma chi era Bucher? Non è facile rispondere, tante sono le cose di cui si è occupato : nel 1937, lui uomo d’aria comincia ad interessarsi del mondo subacqueo e, tanto per cominciare, rinnovò completamente l’attrezzatura che allora veniva usata per le immersioni così da permettergli di scendere a ben 25 metri in apnea, senza ausilio di bombole d’aria. Un vero record per quei tempi.

Ma ciò che lo renderà celebre sarà Robot, la prima macchina fotografica per immersione.

Nel 1942 recuperò dai rottami di un aereo tedesco, uno stuka, una macchina fotografica per alta quota che avendo la carica della pellicola automatica si prestava anche ad un utilizzo marino, tanto che le costruì intorno uno scafandro di protezione e iniziò così a fare le prime foto subacquee utilizzando delle guarnizioni per carrelli dei velivoli statunitensi, ma già nel 1945  è il primo ad utilizzare le nuove guarnizioni a sezione circolare, l’o-ring,  per le custodie subacquee e lo stesso anno avvia la costruzione per o-ring italiani. In seguito progettò e costruì con successo numerosi scafandri e flash subacquei per diverse macchine fotografiche e cineprese.

Mentre era intento a queste invenzioni tecniche non abbandonò il mondo delle gare subacquee in apnea e nel 1950, nel mare di Napoli, davanti ai commissari federali, s’immerse fino a 30 metri portando in superficie la targhetta che ne attestava l’attendibilità, per poi ripetere subito questa prova arrivando questa volta a 44 metri sottacqua come risposta alle calunnie di irregolarità da parte de francese Jaques Cousteau.

È in assoluto il primo ‘record man’ della categoria. Due anni dopo realizzò una nuova discesa arrivando ad una profondità di 39 metri. L’evento, quel giorno, fu ripreso da un giovane documentarista: Folco Quilici. In seguito con Quilici realizzerà il lungometraggio Il Sesto Continente, una pietra miliare nei documentari scientifici. Alternò lo sport con le invenzioni nel campo marino come l’aliante subacqueo per immersioni, nuovi tipi di pinne per grandi immersioni, erogatori di ossigeno e nuovi perfezionamenti alle macchine subacquee.

All’età di 84 anni, nel 1995, Bucher non esitò a riprendere in fondo al mare la famosa nave dei veleni, la Klearkos, affondata nel golfo di Napoli e carica di materiale altamente inquinante, scendendo alla profondità di 83 metri, un record nel record, e riportando con sè utili informazioni sulle condizioni dell’imbarcazione.

Ma nella sua vita vi è anche qualcosa di misterioso. Nell'estate del 1957 il capitano Raimondo Bucher, effettuò con il fratello alcune immersioni presso l'Isola di Linosa, nel canale di Sicilia. Secondo una relazione all'agenzia “Italia” – e riportata poi dal “Corriere della Sera” del 1 settembre dello stesso anno, si raccontava che i due sommozzatori si sarebbero imbattuti in una vera e propria muraglia sommersa lunga un centinaio di metri e costituita da massi regolarmente squadrati che strapiombavano fino ad una profondità di 55-60 metri.

Dichiarò poi Bucher – “Mi sono subito reso conto che quella formazione che mi stava davanti, tanto regolarmente disposta, non poteva essere della medesima natura vulcanica di cui è costituito il restante fondale del luogo”.

L'ultimo giorno di immersione il comandante s'imbatté in qualcosa di ancora più curioso: “Una forma grossolanamente umana mi si delineò davanti – racconta al Corriere - ad un’osservazione più attenta potei constatare che si trattava di una specie di idolo di tipo faraonico, molto rozzamente modellato. Tutte queste osservazioni (a parte la presenza di una grande quantità di anfore, le quali però possono essere, e probabilmente sono, i resti di qualche naufragio) mi hanno persuaso – ha continuato il capitano Bucher – di trovarmi in presenza delle vestigia di una civiltà antichissima”.

Il capitano avrebbe anche scattato alcune fotografie subacquee, ma sfortunatamente se ne sono perse le tracce. Si aprì un dibattito su cosa poteva essere mai questa scoperta, la serietà dei due uomini poneva alla scoperta una grande attendibilità, ma in quanto ci fosse la mano dell’uomo su ciò che avevano visto ci furono molte perplessità. Ma la verità alla fine trionfa.

Nel 2010 le agenzie di tutto il mondo battono la notizia: la Marina libica aveva scoperto, sui fondali al centro del Mar Mediterraneo, cospicue tracce d´interesse archeologico, tra cui anche i resti di diversi edifici di tipo urbano. Si tratta forse dei reperti dell´antica capitale di Atlantide? Trapela la notizia che resti di costruzioni di importanza notevole sarebbero stati individuati, nei mesi scorsi, a quasi 400 metri di profondità, sopra un fondale piuttosto basso. Il ritrovamento è avvenuto in alto mare, in una località che non viene esattamente rivelata, tra il Canale di Sicilia e le acque del Mediterraneo orientale.

Bucher sarebbe stato certamente contento, ma ad un uomo così ne siamo certi, sarebbe bastata la sua onestà.

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