Martini (foto di Sharonang - Pixabay)

Kim Philby, la spia del secolo con una vita al servizio di Mosca e i russi lo ripagarono con un francobollo dopo la sua morte

Tradito per un Martini dry di troppo
di Antonello Cannarozzo

Harold Philby è stata certamente la spia inglese, ma al servizio dell’Unione Sovietica, più famosa della Guerra Fredda del secolo scorso. 

Una vita vissuta pericolosamente, sempre con il rischio di essere scoperto o di lasciarci la vita, Philby era, per sua fortuna, un uomo scaltrissimo che non lasciò mai nulla al caso, ogni dettaglio era minuziosamente studiato, insomma una vita senza sbavature.

Un atteggiamento che gli permise di occupare posti di rilievo anche nel controspionaggio di Sua Maestà per quasi mezzo secolo, ma sempre al servizio della sua unica religione: il comunismo, in cui credeva ciecamente.

Nonostante tante precauzioni, finì però la sua carriera per un banale errore che si rivelò fatale: confidarsi con una donna.

Però prima di raccontare questo epilogo della sua vita, torniamo indietro nel tempo, al 1912, nel Nord dell’India, nei pressi della catena Himalayana, nella città termale di Ambala dove nasceva Harold Adrian Russell Philby, chiamato anche con il nomignolo di Kim dal noto romanzo di Kipling e che adottò per tutta la vita.

Come rampollo di una famiglia benestante inglese il suo destino era già segnato nelle scuole più prestigiose del Regno tra cui quelle di Cambridge e, proprio qui, come un novello Paolo sulla via di Damasco, ebbe la folgorazione per il nascente movimento marxista-leninista, un amore ed una fede cieca che non lo abbandonerà mai per tutta la vita.

Una fede corrisposta insieme ad altri quattro amici: Donald MacLean, Guy Burgess, Anthony Blunt, John Cairncross, tutti divenuti in seguito quinte colonne dei sovietici. Lo scopo dei cinque era di entrare nei servizi segreti inglesi e da lì minare dall’interno l’odiato sistema capitalista. Un piano che fu eseguito alla perfezione fino a quando non furono scoperti.

Arruolamento

Il capo di questa banda di ragazzi era comunque Philby che si fece addirittura reclutare dalla Nkvd, l’ex Ceca e futuro Kgb, ad appena 22 anni e in quegli anni riuscì anche ad arruolarsi nel controspionaggio inglese, come aveva sempre desiderato.

Per oltre vent’anni dalla posizione privilegiata fornì informazioni segretissime su armamenti, politiche riservate del governo fino alla delazione dei suoi stessi connazionali che operavano in clandestinità con le reti degli anti bolscevichi in Russia, nell’Europa dell’est e del Medio oriente, causando la morte di decine di agenti. Tra le varie missioni alle quali fu chiamato ci fu quella di spiare i movimenti neonazisti inglesi all’inizio degli anni ’30.

Per farsi ammettere non esitò a trasformarsi con grandi capacità in un sincero anti comunista e seguace dell’ideologia hitleriana, tanto da ricevere nel 1937 una onorificenza per atti di eroismo nella guerra di Spagna dallo stesso caudillo, Francisco Franco.

Si potrebbero raccontare decine e decine di missioni di quest’uomo che assurse ai massimi livelli del famoso M16 al sevizio di sua Maestà, ma basterebbe leggere la numerosa bibliografia su di lui tra cui i famosissimi “La talpa” di John Le Carrè, e “Il quarto protocollo” di Frederick Forsyth, tratti dalle sue gesta e da cui furono tratti due film di grande successo.

Però agli inizi degli anni ‘60 anche la favola dell’imprendile spia, come abbiamo accenato, volgeva al tramonto. Nel 1956 Philby aveva una copertura come giornalista a Beirut presso il quotidiano londinese, The Economist. La sua presenza doveva aiutare a defenestrare Nasser con una operazione congiunta anglo-franco-israeliana. Un operazione, dopo i fatti del Canale di Suez, di estrema delicatezza per non creare un’altra grave crisi internazionale.

La nostra spia, si comportava come sempre al meglio, ma forse un troppo sicuro di se tanto da lasciarsi andare a commenti sulle ragioni degli arabi in Palestina che certo non trovavano benevole accoglienza nel mondo israeliano, ma era pur sempre un giornalista di un importante giornale inglese e nessuno certo pensava a dargli fastidio.

Solo che una sera del 1962 tutto cambiò quando Flora Solomon, una ebrea naturalizzata inglese, ma sionista nel cuore, durante un party presso una ambasciata a Tel-Aviv, tra un Martini dry e l’atro, si lamentò che Philby nei suoi articoli era sempre schierato con gli arabi contro il nuovo stato di Israele e aggiunse: “D’altronde questo giornalista lavora da sempre per i sovietici essendo un comunista convinto”. Parole che divennero come pietre.

La frase pronunciata, infatti, destò subito l’interesse di qualcuno presente che immediatamente avvisò il controspionaggio inglese di questa frase. Passarono appena due giorni e un agente inglese prese contatto con la Solomon per verificare quella sua affermazione.

La delazione

La donna non solo confermò la sua accusa, ma raccontò che anni prima, fu proprio Philby a volerla reclutarla raccontandogli la sua scelta ideologica e i danni che aveva creato all’odiato mondo Occidentale, sacrificando, senza alcun rimorso, anche suoi connazionali che all’epoca si trovavano oltre la Cortina di Ferro. La Solomon, pur definendosi comunista anch’essa, amava però troppo il bel mondo per mettere in pratica una vita di rinunce e sacrifici e la cosa finì li.

Dopo queste affermazioni e immediati riscontri scattò la trappola per Philby, ma l’uomo era troppo accorto, capì subito che per lui non c’era più nulla da fare era stato scoperto. Ormai era solo questione di tempo e sarebbe stato arrestato per alto tradimento. Con l’aiuto della rete spionistica di Mosca a Beirut, riuscì ad imbarcarsi su di un cargo sovietico e da lì raggiungere la sua patria di adozione: l’Unione Sovietica.

Una volta giunto presso la capitale ebbe, tuttavia, l’amara delusione di ritrovarsi non colonello del Kgb, come gli avevano fatto credere per anni, ma semplice agente di collegamento con il nome assai banale di Tom. Per lui fu un colpo tremendo. Seguirono anni terribili di delusione profonda, accentuata da un degrado fisico causato anche da un forte abuso vodka.

Nel 1972 il capo dei servizi del Kgb, Oleg Kalugin, volle conoscere personalmente colui che aveva contribuito ai successi militari e politici dell’Unione Sovietica, ma la sua delusione, come ebbe ad affermare, fu grande descrivendolo come:”Un relitto umano…Quella figura ricurva camminava appoggiandosi ai muri: puzzolente di vodka, andava mugolando qualcosa d'incomprensibile in un russo spaventoso”.

Ma dove era finito il brillante Philby, elegante e pieno di humor, pronto alle imprese più mirabolanti? Era finito per sempre insieme ad un epoca che la Guerra Fredda aveva forgiato. 

Alla fine della sua vita, avvenuta nel 1988, un anno prima del fatidico anno del “Muro”, di ciò che aveva conosciuto e amato dell’Urss non c’era più nulla, solo i ruderi di una ideologia che aveva ridotto alla fame ed al terrore interi popoli. Con l’entrata sulla scena di Michail Gorbaciov tutto stava cambiando velocemente e per Harold Adrian Russell Philby non c’era più spazio. Bisognerà aspettare il centenario della sua nascita perché la moderna Russia si ricordasse di lui emanando un francobollo come eroe della patria.

 

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