La macchina del caffè in un bar a Piazzale Flaminio, Roma. Foto di Massimo Predieri per italinai.net

L’usanza del caffè al bar è uno dei capisaldi dello stile di vita italiano

Il caffè al bar
di Massimo Predieri

Read in English

Sgombriamo subito il campo da un frainteso: in Italia il caffè non è una bevanda, è una droga, un piacere una ritualità sociale. Non si beve per dissetarsi, ma per darsi uno stimolo energetico, godere del suo aroma e intrattenere rapporti di amicizia.

In Italia il caffè si beve al bar, stando in piedi al bancone. Viene servito una piccolissima tazza – la tazzina – in quantità che, percorrendo l’Italia da nord a sud, diventano sempre più piccole. E’ un’esperienza breve e intensa, la somministrazione di una piccola dose di bevanda profumata ed eccitante. Lo straniero, abituato a sedersi ed essere servito nei caffè degli altri paesi, rimane disorientato. Bisogna che apprenda l’usanza.

Si passa prima alla cassa, dove si pagano le consumazioni, poi con lo scontrino si va al bancone e si ordina. Il barista controlla lo scontrino e “apparecchia”, sistema sul bancone i piattini con i cucchiaini: piattino piccolo per il caffè, piattino grande per il cappuccino. Poi prepara il caffè espresso sotto gli occhi del cliente alla grande macchina del caffè, un colosso cromato fornito di leve, manopole, rubinetti. Appena finita l’erogazione, la tazzina viene messa sul piattino, in modo che tra la preparazione e la consegna passino solo pochi secondi.

Il caffè deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo (Talleyrand). Per garantire che rimanga caldo, le tazzine al bar sono di ceramica spessa. Vengono tenute al caldo sopra la macchina del caffè, in modo che conservino il bollore del caffè quando viene servito.

Una delle esperienze più divertenti ed istruttive per il visitatore straniero è osservare la mattina il via-vai degli avventori di un caffè al centro di una città italiana, ma anche di un piccolo paese di provincia. Si tratta di uno spaccato unico della vita locale. Le persone che vanno a lavorare si fermano per il caffè, scambiano qualche battuta con il barista, che ovviamente li conosce tutti per nome, commentano le ultime vicende. Poi con allegri saluti scappano di corsa, perché già in ritardo, verso le loro faccende.

In un piccolo paese potete incontrare il sindaco, il capo delle guardie, i carabinieri, il medico della mutua, lo spazzino, l’autista dell’autobus, tutti al banco del bar in un momento di sospensione dei loro ruoli istituzionale e professionali.

Nell’osservare gli avventori, si rimane sorpresi dall’incredibile numero delle varianti dei caffè ordinati: ristretto, lungo, doppio, macchiato caldo, macchiato freddo, decaffeinato, schiumato, corretto. E poi i cappuccini: chiaro, scuro, molto caldo, tiepido, freddo, con la schiuma, senza schiuma, poco latte, molto latte. Ho chiesto ad un barista di un noto bar di Roma, che la mattina viene praticamente preso d’assalto per la colazione: come fai a ricordare tutti gli ordini diversi che ricevi. Mi ha risposto sorridendo: tanto li faccio tutti uguali. Ma era una battuta. In verità il bravo barista si ricorda benissimo le particolarità e i gusti di ciascun cliente, che non deve neanche ordinare per vedersi servito al bancone il caffè come lo vuole lui. Se un giorno il cliente abituale, per un suo vezzo, volesse un caffè diverso, deve al suo ingresso avvertire ad alta voce al barista, che già stava avviandosi a preparare “il solito”.

Il caffè dopo pranzo è un rito più rilassato del caffè mattutino. Attenzione: stiamo parlando del caffè. Una cosa che fa orrore e provoca disgusto agli italiani è il cappuccino dopo pranzo, o peggio ancora, dopo cena. Il cappuccino è esclusivamente una bevanda mattutina, tollerato magari anche in tarda mattinata, ma con il pranzo termina il suo diritto di esistere. Se proprio non potete fare a meno di ordinare un cappuccino dopo pranzo o dopo cena, fatelo discretamente, magari chiedendolo a bassa voce al cameriere, e tenetelo lontano dalla vista degli eventuali commensali.

Una scenetta tipica e divertente è la finta lite per pagare il caffè dopo pranzo agli amici. Vincere questa piccola baruffa, fatta di trattenute alla manica, gentili spinte e vocianti proteste, è un distintivo di importanza: si può capire così chi è la persona più influente del gruppo.

La leggenda vuole che il miglior caffè venga servito nei bar di Napoli. Concordano anche quelli che criticano Napoli per altri aspetti. Pure in carcere, o sann’ fa così cantava Fabrizio de André in Don Raffaè.

Il caffè a Napoli non è una bevanda, non è neanche una droga, è un rito. Molti sono i riferimenti alla preparazione del caffè nella cultura napoletana, i più celebri quelli del drammaturgo Eduardo De Filippo, che alla corretta preparazione del caffè dedicò una straordinaria scena teatrale.

Tra le usanze napoletane legate al caffè, la più affascinante è quella del caffè sospeso. Un avventore, in vena di fare una buona azione, ordina al bar due caffè, uno per sé, uno sospeso. Il gestore del bar registra il caffè sospeso. Ogni tanto al bar si affaccia un mendicante, uno sfaccendato o un povero. “C’è un caffè sospeso?” Il barista gli fa cenno con un sorriso e gli di dice: Accomodatevi. E gli serve il caffè precedentemente pagato da uno sconosciuto.

Come mai il caffè a Napoli sia migliore è un fatto lungamente discusso, ognuno ha la sua teoria: è l’acqua, è la tostatura del caffè, è l’abilità del barista, è il fatto che la macchina del caffè lavora molto e non contamina con sapori e odori estranei l’aroma del caffè.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.