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Tornare alla semplicità della preghiera e della dottrina per superare la crisi del cattolicesimo

Il bello d’esser Chiesa
di Alessandro Bassetta

«La Chiesa non è dei preti, delle suore, dei monaci e delle monache. Non è neppure dei vescovi e nemmeno del papa. La Chiesa è di tutti i chiamati, i convocati […] nella meravigliosa diversità di vocazioni […] Io, che appartengo alla Chiesa, sono la Chiesa: il suo volto, la sua voce, la sua presenza nella realtà è mia responsabilità mostrarli […] perché lo sappiamo che non c’è vita piena e felice lontano da Cristo e dalla Chiesa, cioè la comunione dei Suoi». 

'Io, cristiana' di Monica Mondo, edito San Paolo, è un libro autentico. 

In questi tempi segnati dal perbenismo e dal politicamente corretto, bandiere non di rado sventolate da molti credenti (o sedicenti tali), un’opera così può risultare addirittura coraggiosa, non avendo paura di mostrare il sano orgoglio, a tratti fanciullesco come la veste grafica, di chi sente il dovere di rendere il prossimo partecipe della propria fede, ricevuta come una grazia. 

Che cosa significa infatti realmente essere cristiani e in particolar modo cattolici? L’autrice parte proprio dalle basi, dalle preghiere che imparano i bambini, per ribadire l’importanza, la centralità del ringraziare il Cielo di esser stata creata e «fatta cristiana» e la grande portata di questa dichiarazione, spesso non adeguatamente sottolineata. «Sembra normale, da piccoli, dire grazie a chi ha fatto il mondo e ci ha fatti. Il mondo sono i volti cari, i prati e i fiori, il cielo, il gioco, gli amici, gli animali, le buone merende. Alla sera, recitare queste parole faceva mettere in fila tutto il bello ricevuto […] C’era senz’altro, a fianco, un Angelo Custode e avrebbe accompagnato sogni sereni […] E c’era senz’altro, al risveglio, una carezza, con una tazza di latte caldo e mille altre cose ad accendere la giornata». 

Esercitando una continua ricerca, «che muove l’intelligenza e il cuore», si affrontano quindi temi come le grandi responsabilità dei religiosi, nel bene e nel male, («Sono l’ascolto di Dio e sono la Sua misericordia, quando non saprei dove riporre i miei peccati. [...] Sono datori dei sacramenti che rafforzano la mia vita […] Sono, col loro abito, segni di Dio nel mondo. Devono annunciare, come tutti ma più di tutti […] Tocca essere amici, compagni di via, anche sostegno e consiglio discreto di questi “parenti stretti” che stanno un passetto avanti sulla strada») e di chiunque sia chiamato a diffondere il Vangelo e la sua «potenza scandalosa, non rivoluzionaria, come qualcuno dice: ché ogni rivoluzione è legata a una violenza e a un relativo abuso di potere». Il libro tratta poi il perfetto e complementare binomio tra fede e ragione; le rivendicazioni “paritarie” nelle gerarchie ecclesiastiche («Le donne, prime annunciatrici della Resurrezione; le donne, così preferite da poter essere madri e trasmettere la vita, in una co-creazione eterna […] Perché questa rincorsa che snatura il loro essere e omologa, appiattisce, ignora le differenze?»); i rapporti della Chiesa con il mondo esterno, unilateralmente sempre più in bilico tra indifferenza («Perché non studiamo i santi? […] Perché […] tocca entrare a catechismo per saperne di più di Filippo Neri e Faà di Bruno, di don Bosco e Massimiliano Kolbe?»), ostilità e aperta persecuzione («Nessuno ci ha promesso che sarebbe stato facile essere cristiani»)

Ogni capitolo si conclude con un piccolo racconto, un’esperienza personale o una testimonianza. Il tutto senza negare gli errori compiuti in questi due millenni da uomini di Chiesa, ma andando ben oltre i soliti stereotipi, insinuazioni e calunnie di quanti hanno costantemente lottato per screditarla, mettendola in cattiva luce e rileggendone faziosamente la storia, o di portarla dalla propria parte, come avviene in tempi più recenti. «Ci sono le donne e gli uomini che si spendono ogni giorno […] che svolgono il loro lavoro di testimonianza silenziosa e forte […] Basta un attico con vista per nascondere il bene». 

La Chiesa infatti ha sempre portato il suo aiuto in mezzo a miseria e violenze, anche se non è e non deve essere solo questo il suo compito. «La priorità è la Salvezza [...] È proprio della comunità dei credenti dire al mondo ciò per cui vale la pena vivere, amare, soffrire, morire. […] O il rischio è di trasformarci in benemerite ong, di ridurre il nostro essere a un umanitarismo […] Siamo mandati ad annunciare la salvezza; e se ciò viene scambiato per proselitismo, pazienza; se viene travisato come dominio, peccato; se viene relegato a ruoli organizzativi e caritatevoli, colpa. Non è un caso se la carità e la missione, quando si riducono a opere […] sono sempre ben viste […] Ma se, insieme all’aiuto concreto, si parla di Cristo, allora fioccano sospetti e si insinua sempre lo scandalo, con il pretesto che la testimonianza fattiva deve contare sempre più delle parole […] Mandati a dire ai vicini e ai lontani che Cristo è speranza, carità, significato, criterio per giudicare, felicità piena; mandati a mostrarlo questo volto gioioso e non ebete, consapevole e acuto, che racconta serenità anche nel dubbio, nel dolore; che dice forza nella tempesta, nell’irrisione o nell’ostilità. Con innumerevoli limiti, ma pure con la certezza che non “nobis, sed nomini tuo gloria”».

Grande rilievo è infine dato alla capacità del Cristianesimo di far conoscere la Bellezza. «L’uomo ha sete di bellezza, come ha sete del bene e del vero. Duemila anni di arte cristiana hanno dato al mondo capolavori, creati da uomini assetati di Dio e capaci di farlo splendere agli occhi del mondo, qui in terra […] La Bellezza mostra l’amore per Dio e suscita amore a Dio. È il dono di chi crede e mette la sua arte a servizio; ed è la proposta a chi non crede, perché tramite la Bellezza ognuno sia indotto a sollevare lo sguardo». 

Perché «l’arte è la via regale alla conoscenza, come ebbe a dire Giovanni Paolo II […] e la conoscenza che più m’interessa resta quella di Dio, nella sua Chiesa». 'Io, cristiana', dunque, può essere considerata una sincera e toccante “guida”, con lo scopo di mostrare, o almeno instillare il dubbio in chi non voglia essere acriticamente sopito nell’anima, come il messaggio di Gesù sia «al di là dello spazio e del tempo […] la proposta più ampia mai offerta alla nostra ragione». 

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