cerimonia di laurea

Università e mondo del lavoro

Università: penultimi in Europa
di Luca Mastrantonio

Secondo i dati Eurostat recentemente pubblicati, l’ltalia si colloca al penultimo posto nella classifica sulla percentuale della popolazione che possiede una laurea. Appena il 13,7% degli uomini in età da lavoro è laureato; per quanto riguarda le donne la percentuale sale al 18,9%.I dati migliorano se si considera la fascia tra i 25 e i 34 anni: infatti risulta laureato il 26,4% delle persone, contro il 38,8% nell'Unione. Questi dati sono significativi per comprendere che a livello di istruzione l’Italia è particolarmente arretrata rispetto agli altri paesi Europei.

 Le ragioni di questo gap sono senz’altro molteplici. Sicuramente vanno ricercate nella storia del nostro Paese, dove la percentuale di alfabetizzazione è stata per lungo tempo molto bassa. L’Italia è il paese dei dialetti regionali che fino a tempi recenti erano la lingua corrente nei rispettivi territori. L’Italia viveva di attività modestissime legate al lavoro nei campi tramandati da padre in figlio, in aree dove l’industrializzazione era praticamente assente e l’unico modo per migliorare la propria condizione sociale, era la migrazione verso le Americhe e alcune zone industrializzate del nord Italia. Quindi lo studio, tantomeno quello universitario, era lontano dalle aspirazione dei giovani che lo vedevano come una attività riservata alle classi privilegiate. Per quanto riguarda le donne, nella stragrande maggioranza dei casi non era nemmeno contemplata la possibilità che andassero oltre lo studio delle scuola elementari. Solo con la costituzione del ’48 viene istituita l’istruzione pubblica gratuita e obbligatoria per 8 anni, solo in seguito ampliata a 10 anni.

Ciò nonostante l’analfabetismo era talmente diffuso e radicato che vi fu addirittura una programma televisivo, che riscosse un grande successo, chiamato “non è mai troppo tardi” nel quale il professor Alberto Manzi, tra il ’60 e il ’68, insegnava a leggere e scrivere agli italiani che non avevano avuto l’opportunità di studiare.

Venendo ai giorni nostri, le cause storiche sono state senz’altro determinanti ma non giustificano a pieno i ritardi nello sviluppo dell’istruzione, specie a livello universitario.

I giovani non vedono un stretto collegamento tra lo studio universitario e il lavoro. Nella maggioranza dei casi si accontentano di lavori non qualificati ma che gli consentano di vivere autonomamente nell’immediato.

Effettivamente l’Italia non ha investito al contrario di altri paesi europei come Olanda, Germania e Francia sulla formazione dei giovani e quindi delle risorse umane.

Attualmente è mal gestito il rapporto tra università e mondo del lavoro. Infatti è vero che la percentuale di occupazione tra i laureati è più alta ma la quantità non è abbinata alla qualità. Molti laureati finiscono a fare un lavoro a tempo determinato che non ha alcun nesso con gli studi universitari.

La strada da percorrere, sulla scia degli stati europei più avanzati, è quella di investire nelle risorse umane e creare uno stretto collegamento tra mondo del lavoro e gli studi universitari.

 

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