Chocolate, Petr Kratochvil, CC0 Public Domain

Storia e origini dell'alimento più amato del mondo 

La cioccolata
di Luisanna Tuti

“La cioccolata fa bene all'umore...”; “La cioccolata da energie”; “Pane e cioccolata è un alimento sano...”

Quante volte abbiamo sentito queste dichiarazioni da nutrizionisti illustri o da pediatri di famiglia. Ma basta molto meno per convincere ciascuno di noi che la cioccolata è proprio buona: fondente, al latte, bianca, nocciolata, comunque sia,  questo alimento è, fin dall'infanzia, anche frutto di ricatti: “se stai buono, la mamma ti da un cioccolatino...”. Un modo per ottenere degli ottimi risultati anche dai bimbi un po' indisciplinati.

Tutti noi abbiamo gustato latte e cacao prima di andare  a scuola o merendine ripiene di questo gustoso compagno della nostra infanzia.

Quanti di noi si sono mai chiesti da dove viene questa leccornia?

Penso in pochi.

Il cacao è prodotto da una pianta, i cui semi lavorati originano una polvere che, compattata in panetti, viene distribuita alle grandi multinazionali (Nestlè, Ferrero, Mars, Kraft, Hershey ecc.) che li lavorano e  distribuiscono in tutto il mondo sotto forma di cioccolatini, gianduiotti, uova, dolci, liquori, burro. 

Origine del nome.

I Maya furono i primi a coltivare la pianta di Theobroma cacao tra la penisola dello Yucatan e le coste del Guatemala. Gli Indios consideravano i semi così preziosi da usarli come vere monete. 

Il popolo Maya amava bere una bevanda di cacao e acqua(haa) calda (chacau) da cui prese il nome questa bibita: “chacauhaa”. Sinonimo equivalente a chacau era la parola chocol da cui sicuramente trasse origine “chocolhaa” trasformata poi in “chocolate” durante la dominazione spagnola. Si dice che Cristoforo Colombo fu il primo ad assaggiare il cacao nel 1502, durante il suo quarto viaggio nelle Americhe, ma si pensa che fu Hernan Cortés a portarlo in Europa. 

Quando la bevanda arrivò in Spagna con il nome di “cacahuate”, questa denominazione fu considerata inaccettabile e volgare dall'aristocrazia e dai nobili reali, poiché il nome “caca” indicava le feci corporee che, di colore marrone come il cacao, disturbavano molto la sensibilità degli spagnoli, grandi consumatori di cioccolato. Analizzando quindi le radici della parola, si arrivò a chiamare il prodotto “chocolate”.

Evoluzione del Prodotto.

Dapprima fu considerato solo un rimedio medico, come stimolatore del corpo e dei sensi (seguendo una credenza Azteca), ottimo per curare tosse e raffreddore. Era ritenuto un farmaco capace di favorire la digestione e potenziare il rendimento del cervello, combattendo la depressione. Solo in epoca più moderna perse la sua “presunta importanza scientifica” diventando un semplice alimento a tutti gli effetti. All'inizio, per i suoi costi elevati, era accessibile solo ai ricchi, ma le prime fabbriche nate con la rivoluzione industriale, permisero l'accesso anche ai meno abbienti.  Nel 1900 il Belgio creò la prima barretta con le attuali dimensioni e peso (30x45g.) e da quel momento lo sviluppo non si fermò più: bevande, praline, biscotti, gelati, ben presto invasero tutti i mercati.

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che un consumo giornaliero moderato può apportare benefici al cuore e alla circolazione, soprattutto se fondente, poiché contiene, ovviamente, meno zuccheri.

Il cioccolato oggi.

Oggi il consumo di cioccolato è talmente cresciuto che gli agricoltori del settore non riescono a soddisfare le richieste di mercato e tre grandi  multinazionali (Barsey Callebaut, Cargil e Olam) hanno monopolizzato la produzione facendo crescere i prezzi in maniera esponenziale. Purtroppo corriamo il rischio di “carenza di cioccolato nel 2020” poiché già nel 2016 i cioccolatieri svizzeri hanno dichiarato un consumo di 70mila tonnellate  più di quanto  se ne sia prodotto, dovendo quindi attingere alle riserve mondiali. Si calcola che il consumo in eccesso potrebbe arrivare ad un milione di tonnellate nel 2020, raggiungendo i due milioni nel 2030. Cifre un po' ridimensionate dalla Barry Collebaut, anche se comunque i suoi osservatori ammettono che la richiesta è in forte crescita, soprattutto in Sud America e in Asia. In particolare in Cina, dove la classe media ha iniziato a spendere di più nell'alimentazione e a concedersi qualche “golosità” (negli ultimi 10 anni le vendite sono più che raddoppiate).

L'Europa resta il mercato principale con Germania e Regno Unito in testa, seguito poi da Nord America e Asia.

Purtroppo gravi pericoli stanno correndo le piante di cacao che crescono solo in territori a pochi gradi di latitudine dall'Equatore, come il Ghana e la Costa d'Avorio (produttori di circa il 70% di cacao mondiale) e dove la siccità ed un fungo  ha distrutto tra il 30 e 40% delle piante. 

Alcuni agricoltori hanno così deciso di convertire le coltivazioni di cacao in mais e piante di caucciù. Non meglio è andata in Indonesia, terzo produttore mondiale, dove un tarlo della pianta ha ridotto moltissimo la produzione, tanto che il Paese si è visto costretto ad acquistare le fave dall'Africa per soddisfare la richiesta interna.

Secondo l'International Cocoa Organization, le riserve non dovrebbero permettere danni tanto catastrofici da lasciare i supermercati senza barrette o cioccolatini, anche se il prezzo, salito del 60% dal 2012 ad oggi, continuerà la sua “ascesa”.

Purtroppo, in confronto al 16% che nel 1981 arrivava ai contadini, oggi solo il 6% è destinato agli agricoltori che quindi si orientano verso altre produzioni.

Se il mondo vorrà godere ancora le delizie di questa “dolce amica” chiamata “cioccolata”, le grandi multinazionali dovranno rinunciare a parte dei loro introiti, destinandoli all'acquisto di concimi e pesticidi da distribuire ai coltivatori di questo prezioso, antico “cibo degli dei”.

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