Under colours Arona, foto di Lorenza Rallo

Moda: abiti, accessori e dintorni

L'ombrello
di Luisanna Tuti

Sembra anacronistico parlare di “ombrello” in un periodo di così elevata siccità, ma l'ombrello rimane un accessorio molto importante nella nostra vita.
La pioggia infatti è quasi una costante quotidiana nei periodi invernali e, cosa faremmo senza ombrello? Aumenterebbero le bronchiti, i raffreddori, insomma quei malanni dovuti alle “inzuppate” che normalmente prendiamo senza il nostro amico ombrello.
Ovviamente stiamo parlando dell'ombrello da pioggia, ma, in estremo oriente, le signore sono solite proteggersi dagli scottanti raggi solari, con vezzosi ombrellini, anche di carta di riso variopinta, per mantenere la carnagione più chiara. Abitudine che si sta diffondendo anche nei Paesi Europei con il protrarsi delle stagioni estive cui stiamo assistendo.
Non si conosce di preciso dove sia nato l'ombrello, ma sappiamo di certo che già in Giappone era in uso ai Samurai, in Egitto era concesso solo alle classi sociali nobili, in particolare al Faraone, in Grecia lo usavano le sacerdotesse di Dionisio e nell'antica Roma le ricche signore ne facevano sfoggio come oggetto di seduzione ed, infine, come protezione del Pontefice. Addirittura i primi ombrelli facevano parte dei doni offerti al Papa per devozione.
Nel Medioevo l'ombrello fu sostituito da ampi mantelli con cappuccio e solo nel 1400 a Parigi si cominciarono a fabbricare ombrelli da sole e da pioggia con manico di legno tornito, grandissimi e pesanti.
Alla fine del Seicento i gesuiti portarono dall'estremo oriente ombrelli leggeri di seta che sostituì il cuoio degli spicchi con cui era fabbricato.
Fino al Settecento era in uso solo tra i nobili ed, i più abbienti, avevano dei servitori che lo sorreggevano e accompagnavano i “padroni” nei vari spostamenti, preservandoli dagli scottanti raggi solari o dalla pioggia.
Solo nell'Ottocento, quando la donna iniziò ad emanciparsi e fare più vita all'aperto, entrò a far parte della moda femminile come la borsa ed il cappello e diventò oggetto di raffinata eleganza: seta dipinta con scene cinesi o guarnito di pizzi, frange, merletti d'oro o drappeggi.
Gli ombrelli oggi sono usati , oltre che per proteggersi dalla pioggia o dal sole, anche nelle cerimonie laiche o religiose, oppure come arma di difesa (rinforzati in Klevar – fibra sintetica resistente 5 volte più dell'acciaio a parità di massa) o come arma di offesa (in casi di spionaggio sono serviti per iniettare veleno sui nemici).
A Gignese, nei pressi di Verbania, all'ombrello è stato dedicato un Museo, dove è raccontata tutta la sua storia. Addirittura nel XIX secolo gli ombrellai del Vergante (territorio collinare sul lago Maggiore) e del Mottarone (montagna granitica piemontese) per non farsi rubare il mestiere dagli altri artigiani, usavano un gergo particolare che comprendevano soltanto loro.
Ora gli ombrelli sono diventati molto leggeri e gli spicchi con cui è formata la calotta sono di tessuto impermeabile e si raccolgono in una punta collegata ad un'asta sulla quale scorre un anello. Più pratici sono quelli pieghevoli che si possono riporre anche nella borsetta.

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