Ischia, il mare. Foto di Silvia Mauro, riproduzione vietata

Toccata e fuga nell’Isola Verde per curare anima e corpo

Quattro giorni a Ischia
di Silvia Mauro

Disfare la valigia con due giorni di ritardo. Sarà inusuale pigrizia, o il caldo insolitamente torrido di questa prima metà di giugno? Oppure è un’inconscia resistenza ad archiviare questi quattro giorni ad Ischia, questa mia “toccata e fuga” nell’isola che frequento da ormai trent’anni?
Qui sono sbarcata neo-mamma, e qui torno ad un’età in cui potrei essere, quantomeno, neo-nonna. Ma da sempre, arrivarci è un sussulto al cuore, un inebriarsi di colori profumi tramonti albe suoni, e improvvisi silenzi. Emozioni che bisognerebbe racchiudere in uno scrigno e liberare all’occorrenza, quando la vita picchia duro e ci sembra impossibile risollevarsi, alzare di nuovo lo sguardo.

Quest’anno è andata così. Sapevo che Ischia mi avrebbe cullata, avrebbe lenito le ferite che stentano a rimarginare. Obbedendo al mio richiamo, lei, l’Isola Verde, mi ha accolto. Rassicurante, semplice, ma questa volta ancora più sorprendente. Refrattaria ai luoghi comuni. Fin da quando ho preso il treno Roma-Napoli. Un’ora e un quarto, puntualissimo. L’aliscafo è al Molo Beverello: per arrivarci da Piazza Garibaldi ho perfino il tempo di prendere la nuova Metro, il più grande nodo metropolitano mai realizzato in Italia e opera architettonica firmata dall’architetto francese Dominique Perrault: 40 metri di profondità, strutture in acciaio e lucernari che recuperano il cielo della città. Sembra di essere a Parigi. Come non bastasse, ecco le opere di Michelangelo Pistoletto, i “suoi” viaggiatori impressi in uno specchio, ad accompagnare quelli veri, che vi si riflettono. E’ una Stazione D’Arte, e ora ci sono dentro anch’ io: col mio piccolo bagaglio di storia, e di vita.
Io e  Pistoletto - Metro Linea 1, Napoli. Foto di Silvia Mauro, riproduzione vietata

Molo Beverello, lavori in corso: ma col trolley, anche nella luce accecante del primo pomeriggio, arrivarci è una passeggiata. I venditori di cappelli – ragazzi di colore e puro dialetto napoletano - indicano la strada più veloce. Nessuna fila per il biglietto, e l’aliscafo è già lì, in attesa. Prima di arrivare a Ischia, porto di Casamicciola, l’unico scalo è Procida: tra i passeggeri c’è anche Beppe Barra. E’ nato lì, e lì ritorna appena può, mi dice il fondatore - insieme a Roberto De Simone - della Nuova Compagnia di Canto Popolare e tuttora tra gli artisti più amati anche dai cineasti, come quel John Turturro che a lui e ai più grandi interpreti della canzone napoletana ha dedicato il docu-film Passione.
Forio, vista dal bar di Umberto a Mare. Foto di Silvia Mauro, riproduzione vietata

Uh, c’era ‘na casamicciola…: mentre approdiamo mi sembra di sentire ancora le parole di mia nonna quando, sventagliandosi e sbuffando tutta affannata, tornava da qualche luogo incredibilmente caotico. Folla, musica, bancarelle, fuochi d’artificio e confusione: nel mio vocabolario di bambina Casamicciola è entrato così, e così rimane. Un sostantivo aggettivato che neanche l’emancipazione e l’organizzazione 2.0 per cui il Comune si prodiga riesce a cancellare.

Sono passate appena quattro ore da quando sono partita, ma la mia amata-odiata Roma è già un ricordo sbiadito, sopraffatto dall’opulenza del verde-azzurro di una natura che, per quanto gli uomini abbiano fatto di tutto per sfregiarla con le loro costruzioni abusive (umili fabbricati o sontuosi hotel, qui ognuno ha il suo peccato), deborda avvolgendo il viaggiatore tra le colline, nei tornanti, nei vicoli, nelle strade maestre, tra le insegne che fino ad una ventina d’anni fa si rivolgevano ai turisti in tedesco, e ora parlano russo.
Capri, così vicina, eppure così lontana: altezzosa, curatissima nei dettagli, non ha nulla a che vedere con questi 47 chilometri quadrati sconosciuti ad alcun piano regolatore e suddivisi in ben sei Comuni chiassosi e spesso in lite tra loro. Ma il fascino millenario di Ischia è questo: immergersi nell’impeto disordinato delle agavi, fichi d’india, buganvillea, gelsomini aspettando un autobus dagli orari precari; impregnarsi di chiacchiere degli isolani (“Signo’ c’è la festa di San Vito, coi fuochi e la processione… Non ve la potete perdere”), caracollare fino alla pensione/ristorante che un tempo era poco più di una baracca con le pagliarelle sotto cui gustare la migliore cucina ischitana, e infine trovare la catarsi. Nel silenzio di un mare quieto che si raccoglie, ora, nella “mia” spiaggia di Citara, a Forio.
Parco termale Negombo (Lacco Ameno): uno dei tre ristoranti. Foto di Silvia Mauro, riproduzione vietata

Il sole è ancora alto, il primo bagno è un abbraccio caldo e pulito. Tra poco un bicchiere di vino bianco, e gli occhi puntati su quell’astro al tramonto inaugureranno il mio primo scampolo d’estate. Da domani le acque termali del Poseidon e del Negombo proveranno a lavar via scorie di dolore, cascami di incubi, detriti dell’anima. Restituendomi alla vita.
Forio, la Meridiana della Chiesa a mezzogiorno. Foto di Silvia Mauro, riproduzione vietata

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