Immagine tratta dall’edizione de L’Espresso del 21.05.2017

Il commento

La democrazia sta pensando alla pensione
di Angelo Schiano

L'ultima di Altan: “Pare che la democrazia stia pensando alla pensione”.
… e la decisione di spostare l'età pensionabile di anno in anno non ci aiuta affatto.
La minaccia è drammatica. Malgrado chi aveva spacciato la riforma delle pensioni come democratica potrebbe sostenere, sull'onda di Altan, che la sua scelta era stata fatta in difesa della democrazia.
La verità è che spesso i disegni di Altan suonano come il termometro della nostra società.
Questo ultimo suo allarme, lanciato con l'usuale garbata graffiante ironia, coglie nel segno la crisi che affligge la democrazia, italiana e non, quale indice non solo del degrado, ma sopratutto della stanchezza che ci affligge al riguardo.
In particolare noi italiani che ci eravamo illusi che il nostro anelito di democrazia, meravigliosamente espresso dopo gli anni bui del fascismo dalla nostra Costituzione, non poteva che essere realizzato. Lo credevamo tutti a prescindere dalla nostra fede politica, salvo i politici;
che fossimo democristiani o comunisti, socialisti o socialdemocratici, repubblicani o liberali, missini o monarchici, tutti lo credevamo.
Eravamo sicuri che i parlamentari che avevamo eletto non avrebbero potuto far altro che attenersi alla Carta fondamentale dello Stato. Siamo stati tutti “fregati”.
La Costituzione, specie negli articoli più “democratici”, benché fosse chiara, non è mai stata attuata; ed ora, per evitare che rompa troppo le scatole, la si vorrebbe anche cambiare.
La nostra democrazia è una democrazia parlamentare; ed ogni democrazia parlamentare si fonda sul diritto di voto e su quello di rappresentanza.
Eppure sono anni che si gira intorno ad una legge elettorale che non ci appaga, e, come diceva quel tale, “non si trova la quadra”.
La discussione non verte su quale sia la forma migliore, più democratica, di espressione del voto e di rappresentanza del cittadino nel parlamento ma di quale garantisca meglio a chi siede in parlamento, grazie alla futura spartizione dei voti, di rimanerci.
Poco importa che a votare sia meno della metà dei cittadini.
Forse tutto è dipeso dal fatto che l'intero Paese era dalla parte di chi aveva perso la guerra, mentre quelli che avevano resistito e consentito di non pagarne i danni erano in pochi.
Ed oggi “i più” non ci vogliono nemmeno mandare in pensione.
Ma per fortuna non finisce qui.

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