Natalie Barney, Janet Flanner and Djuna Barnes da From Wikimedia Commons, the free media repository

Quando l'Italia non aveva perso la voglia di lottare

Un'americana nella Roma del dopoguerra
di Antonello Cannarozzo

Sono otto anni che l'Italia, come altre nazioni, è entrata nel cono d'ombra della crisi economica. Una recessione che ha fatto migliaia di vittime non solo per la perdita del posto di lavoro, ma per qualcosa di peggio che possa capitare ad una nazione: la mancanza di speranza.
Una situazione che ci fa tornare indietro di decenni.
Qualcuno l'ha paragonata alla fine della seconda guerra quando uscimmo a pezzi con oltre 300 mila morti, milioni di invalidi, infrastrutture economiche distrutte al 90%, senza contare la miseria  e la fame. Eppure da una situazione così drammatica al confronto della quale quella di oggi sembra una passeggiata, ne siamo usciti alla grande tanto che in meno di dieci anni potevamo parlare di boom economico e di un Pil da fare invidia alla Cina di oggi.
Perché oggi non riusciamo a ritrovare quella forza per riprenderci e ritrovare il gusto almeno della speranza?
Per capire quei lontani anni potremmo rileggere gli articoli di cronaca scritti da una famosa giornalista americana, Janet Flanner. Articoli che fecero epoca e che la resero tra le più importanti firme del dopoguerra e non solo in America.
La Flanner era stata inviata negli anni Venti in Europa grazie alle sue cronache puntute e piene di gossip facendo di Parigi la sua nuova città di adozione. Fu lei a scoprire quartieri come Montparnasse e Montmartre, fonte di ispirazione per migliaia di intellettuali che arrivavano un po' da tutto il mondo.
Dopo un breve intervallo causato dalla guerra, la ritroviamo a Norimberga a seguire il famoso processo e questo le permise di vedere e di raccontare la cupezza della Germania in quei giorni dove il senso di colpa e di disperazione avevano sprofondato una intera nazione. Per uscire da questa situazione così lugubre scelse di mandare delle cronache dalla gaia Parigi che però era tutt'altro che gaia.
La guerra l'aveva messa in ginocchio non solo economicamente, ma anche nel suo prestigio nazionalista, dopo la sonora sconfitta con i tedeschi, e faceva fatica a riprendersi. Fu in quei giorni di amara delusione che ebbe notizia di una città dove la guerra non sembrava essere passata e la gente era in continuo movimento alla ricerca di un nuovo benessere, soprattutto di mettersi alle spalle il fascismo, la guerra e tutto ciò che aveva creato nell'animo umano: la città era Roma.
mezzi corazzati statunitensi sfilano accanto al Colosseo a Roma, da From Wikimedia Commons, the free media repository
La Flanner rimase stupita e volle accertarsi di queste voci che giravano per l'Europa distrutta. Arrivò nella nostra capitale con la classica spocchia della vincitrice con il suo fisico imponente che ricordava il celebre boxer americano Jack Dempesey, osservava dall'alto in basso questi poveri romani umiliati dalla sconfitta, ma ben presto dovette ricredersi e guardare a Roma, dunque all'Italia, con grande amore e rispetto.
Dalle cronache scritte per il New Yorker leggiamo di una Roma dove fremeva una vita non solo alla continua ricerca di occasioni di lavoro, ma anche intellettuale di grande livello.
La città aveva superato in breve tempo gli orrori della guerra tanto che nella centralissima via Condotti si potevano trovare parure di gioielli impensabili addirittura nella famosissima Place Vendôme a Parigi da Cleef & Arpels. Non solo, ma nei mercati rionali, specie in piazza Vittorio, si trovava di tutto anche la mitica porchetta. Se si andava a Porta Portese bastava far intravedere un po' di soldi e per magia in poco tempo avevi bello e pronto ciò che cercavi. Non per nulla era definito al tempo il mercato nero più grande d'Europa.
Insomma, una Roma tutt'altro che sonnacchiosa, era una città viva sempre di corsa dove non c'era il tempo ne tanto meno la voglia, di fare i conti con il suo recente passato.
Nessuno, racconta la Flanner, era stato fascista anzi, spesso, nelle conversazioni che aveva anche con intellettuali e politici il tema era trattato con sufficienza, un argomento su cui non valeva la pena di soffermarsi troppo, altre erano le priorità della nazione che piangersi addosso di cose passate.
Dai pochi giorni che aveva pensato di trascorrere Roma ne rimase talmente conquistata che vi rimase addirittura alcuni anni raccontando, ancora con le macerie fumanti, la voglia degli italiani di ricostruire la nazione; con idee geniali come il mito prettamente italiano dello scooter, di industriali illuminati come Adriano Olivetti che in America sembrava un alieno, la nascita della moda italiana più semplice ed elegante e pratica di quella spocchiosa francese, lo stesso non mancò di raccontare oltre oceano le avventura, la morte e i processi del caso Giuliano e della risorta mafia.
Un quadro dell'Italia certamente tra luci ed ombre, ma con una voglia di non arrendersi mai. Uno spirito che dovremmo ritrovare almeno per i nostri figli.

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