Diritti umani inesistenti

Perché meravigliarsi?
di Simona Peroni

Orrore e indignazione ha suscitato la lapidazione di una donna in Siria accusata di adulterio. Le immagini shock diffuse in tutto il mondo mostrano il padre che la trascina con una corda verso la fossa in cui la getterà, scagliando per primo con forza inaudita una pietra al grido “forse Dio ti perdonerà, io no”, mentre la poveretta implora il suo perdono che le avrebbe salvato la vita.
Terribile è stata anche l’esecuzione della giovane di 26 anni iraniana, condannata a morte poiché, nel difendersi da uno stupratore (agente dei servizi segreti iraniani) lo ha ucciso. Cinque anni di duro carcere a Teheran non sono bastati a calmare gli animi e, a nulla sono serviti gli appelli di grazia arrivati da tutto il mondo. Solo il perdono della moglie e del figlio di quell’ “energumeno” potevano salvare la ragazza. Ma proprio il figlio ha avuto il piacere di togliere lo sgabello da sotto i piedi della giovane, affinché questa potesse penzolare dalla forca. Un figlio ed una moglie che hanno assolto in pieno un individuo indegno di essere chiamato ‘uomo’.
Tutto questo ha provocato in noi una riflessione sulla cultura ed il modo di vivere di quei popoli che, in questo senso, sono da noi ancora considerati lontani dalla civiltà. Io però vorrei porre l’attenzione su un caso recente avvenuto in Italia, a Ravenna, proprio sotto i nostri occhi. Il padre e la matrigna, originari del Bangladesh, che danno in sposa ad un uomo di 36 anni una bimba di 12 anni in cambio di 30mila euro. Botte e maltrattamenti hanno accompagnato la bambina dall’età di 6 anni, fino alla violenza sessuale subita la prima notte di nozze dal suo presunto marito (i due erano uniti solo da un accordo con la famiglia, da loro considerato matrimonio). La bimba si ribella e torna a casa, dove i suoi familiari decidono di darla ancora in sposa ad un altro uomo in cambio di un debito da saldare. Finalmente intervengono i servizi sociali che denunciano l’accaduto alla polizia ed ora tutti alla sbarra. La difesa non trova di meglio, per tutelare i propri assistiti, che dichiarare che la bimba non aveva 12 anni, come riportato sui documenti, bensì 15. Ma se in un Paese considerato civile come l’Italia, la differenza di tre anni è un’ attenuante della pena e 15 anni sono considerati un’età giusta per giustificare la “vendita di una bambina”, perché ci meravigliamo tanto di ciò che avviene in quei Paesi da tutti considerati ancora legati a tradizioni ancestrali orribili e inumane?

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