Fedeli nel Tempio Maggiore di Roma (Sinagoga), foto romaebraica.it

Il prossimo presidente americano visto dalla comunità ebraica

Ebrei italiani valutano Trump
di Massimo Predieri

In una mite domenica di novembre siedo al Caffè Settembrini a Roma con l’amico di lunga data Pierre Levy, imprenditore italiano e ebreo di origine tripolina, per sentire cosa ne pensa del successo di Trump alle elezione negli Stati Uniti. Mi parla della diversità delle posizioni politiche degli ebrei che vivono a Roma e dell’assenza di una posizione condivisa. Tuttavia i commenti sarebbero generalmente positivi a causa delle dichiarazioni di vicinanza a Israele più volte ribadita in campagna elettorale dal prossimo presidente americano.

Come è stata la reazione della comunità ebraica italiana all’elezione di Trump, prevalentemente positiva o prevalentemente negativa?
Nella nostra comunità ebraica non credo che vi siano due persone che la pensano allo stesso modo. A parte le posizioni ufficiali, i principali commenti che ho sentito sono positivi. Le dichiarazioni di vicinanza a Israele sono chiaramente molto sentite nella comunità, al di là del pensiero politico individuale. Io personalmente ero più favorevole alla posizione politica e culturale della Clinton.
Come imprenditore vedo negativamente gli annunciati progetti di chiusura isolazionista, una politica demagogica anti-globalista. La globalizzazione ormai c’è, con i suoi mezzi di informazione, i trasporti veloci, le reti di informazione, non la puoi fermare, non puoi chiudere Internet o Twitter.

Alcuni osservatori hanno fatto notare una apparente contraddizione tra il sostegno ricevuto da Trump da una parte della comunità ebraica americana (il 24% dei voti) e il sospetto di xenofobia e antisemitismo di alcuni suoi sostenitori. In particolare Stephen Bannon, futuro capo stratega alla Casa Bianca, non ha mai nascosto le sue posizioni neo-liberiste e pro-Israele, ma è anche accusato di essere razzista e antisemita, anti-europeo, favorevole al Brexit ed ammiratore di Marine Le Pen. Sul notiziario online ebreo di orientamento socialista Forward la giornalista Naomi Zeveloff accusa Steve Bannon di essere Pro-Israele e antisemita. Si può essere le due cose contemporaneamente?
Prima di qualche giorno fa non avevo mai sentito nominare Bannon. Le informazioni sono molto contrastanti, nella stampa israeliana, per esempio, non viene evidenziato questo antisemitismo di Bannon, come in quella europea. Queste contraddizioni sono comprensibili; tutta la campagna elettorale negli USA è stata caratterizzata da false informazioni utilizzate da tutte le parti, portando alla mistificazione della politica e del profilo dei candidati. Si dice anche che Bannon abbia tra i suoi soci degli ebrei. Non avendo tuttavia degli elementi per valutare il personaggio, per me è difficile dare un giudizio personale, riporto solo quello che ho sentito. C’è un dibattito abbastanza acceso tra chi lo osteggia e chi invece lo appoggia, sostenendo che è molto amico di Israele.
Non credo che sia possibile essere contemporaneamente pro-Israele e antisemita, è più probabile il contrario: c’è chi è anti israeliano per non essere apertamente antisemita, che non è politically correct.

Anche in Italia cresce il sentimento di ostilità verso l’immigrazione dai paesi mussulmani. Quali soluzioni concrete vengono discusse nella comunità ebraica?
C’è ovviamente un atteggiamento di preoccupazione e diffidenza verso gli islamici, soprattutto nella componente della comunità ebraica che proviene dagli oltre 800.000 ebrei cacciati dai paesi arabi dal 1948 in poi. Ci sono tuttavia tanti ebrei che hanno amici mussulmani, credo che prevalga un atteggiamento di tolleranza. Io personalmente temo gli atteggiamenti di razzismo troppo ostili, perché non sai dove vanno a finire. Oggi magari prevale essere anti-islamico, poi può sfociare in antisemitismo, razzismo.
Ricordiamo che inizialmente Mussolini aveva fatto approvare delle leggi favorevoli agli ebrei, con una tassa da versare alla comunità di appartenenza (ndr: una specie di tassa ecclesiastica), che favoriva l’indipendenza e l’autonomia di queste comunità. Poi sappiamo come è andata a finire. Tolta una certa corrente di destra oltranzista, credo che prevalga nella nostra comunità ebraica un atteggiamento di tolleranza e spesso anche di amicizia verso i mussulmani.

La comunità ebraica italiana ha forti legami con lo stato di Israele. Cosa la preoccupa di più: le minacce all’integrità di Israele o il ritorno dell’antisemitismo in Europa?
Oggi il pensiero prevalente è che se non ci fosse Israele a difendere gli ebrei nel mondo, questi non ci sarebbero più. Le due cose sono unite. L’esistenza di uno stato che si fa rispettare perlomeno ci dà la sensazione che qualcuno ci possa difendere. C’è in noi un legame molto forte con Israele: storico, culturale e sentimentale. Naturalmente siamo cittadini italiani, ma con una religione che nei momenti peggiori della storia è stata causa di persecuzione. La nostra comunità è composta da circa 35 mila persone in Italia, che sono italiani e partecipano attivamente alla società civile in quanto italiani.

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