Foto di Raigo Pajula. [Hamdi Ulukaya con il presidente dell’Estonia   Toomas Hendrik, durante una conferenza stampa. (http://www.gettyimages.it/detail/fotografie-di-cronaca/president-and-ceo-of-yogurt-company-chobani-and-fotografie-di-cronaca/518515206). Attraverso Gettyimages

La storia della Chobani “restituita” ai suoi dipendenti

Il capitalismo umano
di Caterina Salvati

Hamdi Ulukaya era un giovane pastore di origine curda, vissuto in una fattoria della Turchia che nel 1994 decise di abbandonare la sua terra d’origine trasferendosi negli Stati Uniti d’America. Era in possesso solo della sua voglia di emergere e di alcune conoscenze agricole.
In una metropoli come New York, però, un pastore può fare ben poco e ancora meno se non conosce una parola d’inglese: inizia così a studiare e fare diversi mestieri in cerca della sua strada. La risposta ai suoi dubbi sul futuro però gli arriva proprio dalle sue origini, ricercando i sapori del formaggio e dello yogurt della sua terra.
Da questi ricordi inizia con l’importazione della feta prodotta dalla sua famiglia per poi arrivare alla svolta definitiva, nel 2005, quando riesce ad acquistare, con un prestito da 800 mila dollari, un vecchissimo stabilimento della Kraft per la produzione di yogurt.
Inizia in questo modo il percorso di Chobani, “gregge” in turco: un nome assolutamente rappresentativo degli ideali che animano il fondatore. Hamdi inizia a lavorare sodo e in una manciata di anni riesce ad assumere circa duemila persone, la maggior parte scelte tra quanti avevano una storia simile alla sua: immigrati in cerca di un’occasione.
Il progetto doveva dar vita a quella che attualmente il CEO ama definire una “people company”, che nel 2013 lo ha reso l’imprenditore globale dell’anno.
La storia del suo successo oggi torna ancora in prima pagina, e non solo per i numeri della sua produzione, ma per un gesto, in linea con i principi che questo imprenditore ha mostrato di perseguire, ma assolutamente atipico per la definizione stessa di capitalismo.
Difatti, lo scorso 26 aprile ha convocato i suoi dipendenti per comunicare loro che intendeva regalare, o meglio restituire, una parte di quanto accumulato dal suo “gregge”. Ogni dipendente si è improvvisamente ritrovato, in un giorno di lavoro come tanti, a ricevere una fetta del 10% dei proventi che avrebbe altrimenti riscosso esclusivamente il loro datore di lavoro.
Ovviamente su questo gesto il mondo intero si è interrogato e inevitabilmente è arrivata anche l’opinione di qualche mal pensante che ha ipotizzato che il gesto scaturisse dall’imminente riscatto del 20% del capitale per coprire il prestito iniziale.
Qualunque sia la motivazione questa rimane una bella storia, una storia buona, che dovremmo tener presente anche nel quotidiano quando si parla di immigrazione, di lavoro e, perché no, anche di economia.

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