Fine ingloriosa per il Mauriziano
di Pier Franco Quaglieni

Il Piemonte non ha saputo difendere e valorizzare un patrimonio di beni artistici, realizzazioni e immobili che fanno parte integrante della sua storia. Le responsabilità del governo Berlusconi e delle amministrazioni locali

Quello che resta dell’Ordine Mauriziano è ormai moribondo. Una pagina di storia italiana e piemontese, salvo miracoli, starebbe per finire nel modo peggiore. L’Ordine Mauriziano ha una storia remota e importante. Esso venne fondato nel 1573 come Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - in breve Ordine Mauriziano – da Emanuele Filiberto che portò la capitale del Ducato di Savoia da Chambéry a Torino, decidendo così le sorti italiane della dinastia. In piazza San Carlo a Torino lo ricorda il monumento equestre del Marocchetti chiamato “Caval ‘d Brons” dai torinesi. Costituito dalla fusione dell’Ordine di San Lazzaro nato nel 1090 con l’Ordine Mauriziano voluto nel 1434 da Amedeo VIII divenuto antipapa con il nome di Felice V. Dava agli insigniti nobiltà personale che diventava ereditaria se nella famiglia ce n’erano altri per tre generazioni consecutive.   Era la più importante distinzione sabauda dopo l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata e gli insigniti avevano precedenza a corte e nelle pubbliche manifestazioni. Durante il Regno d’Italia dal 1861 al 1946 ebbe quell’onorificenza un numero scelto e limitato di cittadini che servirono in pace e in guerra l’Italia. Non a caso, Cavour venne ritratto spesso con la fascia verde mauriziana di cavaliere di gran croce. Fu quindi un ambìto e altissimo riconoscimento conferito con la parsimonia dovuta alla grande tradizione storica che rappresentava. Non era certo il cavalierato che, secondo la leggenda, Vittorio Emanuele II non avrebbe negato a nessuno insieme con un sigaro toscano. I Savoia lo vollero ordine cavalleresco dedito all’assistenza benefica e ospedaliera e venne quindi dotato di beni cospicui per consentirgli di perseguire i suoi fini che oggi definiremmo umanitari e sociali.   La Costituzione della Repubblica, all’articolo XIV delle Norme Transitorie riconobbe il valore storico dell’Ordine, conservandolo “come ente ospedaliero”. Il fatto stesso che la Magna Charta richiami come unico scampolo della storia del Regno l’Ordine è la dimostrazione della sua oggettiva rilevanza anche dopo il referendum del 2 giugno 1946. Il re Umberto II dall’esilio di Cascais continuò a nominare un numero ristretto di insigniti, rivendicando implicitamente il carattere dinastico dell’ordine sabaudo.   Il patrimonio dell’Ordine fu affidato a un ente appositamente costituito con sede a Torino nel 1951. L’Ordine Mauriziano incominciò a operare principalmente in Piemonte, gestendo un patrimonio molto consistente: dalla Palazzina di Stupinigi, all’Ospedale Mauriziano di Torino, per non parlare dell’Abbazia di Staffarda e di S. Antonio di Ranverso e di numerose cascine e terreni di gran valore agricolo che vennero preservati dalla speculazione edilizia, incontenibile e rapace, degli anni del miracolo economico. Sotto la presidenza di uomini specchiati, capaci e disinteressati come Vittorio Badini Confalonieri e Valdo Fusi, seppe adempiere al ruolo assegnato dalla legge con trasparenza e pubblica utilità.   Per vicende mai sufficientemente chiarite, l’Ordine, di fatto aggirando la norma costituzionale, venne soppresso. È cronaca recente legata alla Giunta Ghigo e al Governo Berlusconi. Si pensò che, liberandolo dalle gestioni ospedaliere, esso potesse esercitare con più speditezza i suoi compiti storico-culturali, se così possiamo dire, ma si trattava di un errore, come le vicende di questi giorni dimostrano.   Invano l’ex presidente dell’Ordine senatore Dario Cravero, insieme all’avvocato Vittorio Barosio e al dottor Marco Laudi, tentò una disperata battaglia per mantenerlo in vita. Per comprendere la sua importanza storica basterebbe pensare all’Archivio storico dell’Ordine che in Piemonte è secondo solo all’Archivio di Stato di Torino. Cravero mise in evidenza i pericoli dello scioglimento e insistette sul valore dell’Ordine e del suo incardinamento nella Costituzione repubblicana, avvalendosi anche dell’alta dottrina giuridica dell’avvocato Barosio. Non ci fu nulla da fare, il Governo Berlusconi, con la legge del 21 gennaio 2005, trasformò l’Ordine in una fondazione alla quale fu conferita una parte del patrimonio: la Palazzina di Stupinigi, S. Antonio di Ranverso e Staffarda. Gli ospedali vennero trasferiti alla Regione Piemonte che, non onorando i suoi debiti nei confronti dell’Ordine, ne provocò la morte.   Anche la gestione del nuovo Ente dopo appena dieci anni è ormai alla fine. È quasi comico pensare al fatto che venne fondata persino un’Associazione Amici della Fondazione, che gode di un numeroso e qualificato Direttivo e che avrebbe avuto il compito di valorizzarne il patrimonio storico e artistico. Un discorso tutto a sé meriterebbe il rapporto determinante che l’Ordine ebbe con l’Istituto per la Ricerca sul cancro di Candiolo.   Le responsabilità del tracollo sono di molti, risalgono nel tempo e sarebbe ingeneroso scaricare il fallimento sulla gestione attuale. Ma certamente il Piemonte non può accettare che vada in fumo parte della sua storia migliore per gli errori e le imprevidenze di chi non seppe valutare a pieno l’importanza dell’Ordine o volle scientemente chiuderlo. Sarebbe opportuno che fosse la Magistratura a intervenire e chiarire come, quando e perché questo patrimonio subalpino è andato in fumo. Risorse come Stupinigi, Staffarda, Ranverso andavano valorizzate come “perle” preziose del patrimonio piemontese. In tempi in cui le Dimore Sabaude sono un vero e proprio business turistico, appare strano che la Fondazione non sia riuscita nei suoi intenti. Forse sono mancate la progettualità e la fantasia e ci si è limitati a gestire l’esistente in modo culturalmente piuttosto miope. O forse è stata la politica a impedire alla Fondazione di decollare, lasciando spazio incontrastato ad altre realtà di cui Alberto Vanelli è stato dominus assoluto per tanti anni. Non vorremmo, infatti, che si cogliesse l’occasione per far finire tutto sotto il controllo della Reggia di Venaria in una sorta di egemonia gestionale che, fino a prova contraria, non ci convince. E non vorremmo che il ministro Alfano facesse come Pisanu e mandasse a Torino un’altra prefetta di ferro a liquidare quel poco che resta. Il Piemonte e la sua storia meritano rispetto, anche se parte delle responsabilità sono sicuramente piemontesi.
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