Roma Colosseo. Foto: Prospero Sapone: cortesia dell'Autore.

Politici e leaderismo

Condottieri o ragionieri?
di Alberto Angelini (*)

Indebolite, se non estinte, quelle che, per molto tempo sono state le forme ufficiali di investitura e legittimazione dell’autorità, si constata oggi un emergente desiderio di leaderismo. Proprio nell’Occidente industrializzato, patria delle rivoluzioni liberali e della democrazia, sembra emergere una voglia di personalità politiche dalla forte impronta, capaci di funzionare da punto di riferimento sociale.
Certo, non è del potere repressivo e coercitivo che si ha nostalgia. Di questo tipo di autorità, purtroppo, ne esiste ancora, abbondantemente. Piuttosto, vi è un bisogno di autorevolezza e responsabilità, che si manifesta nello scenario politico italiano. Ma quali dovrebbero essere le caratteristiche di un leader, o meglio di un presidente, capace di rispondere alle esigenze contemporanee degli Italiani? E’ tramontata, da tempo, ogni concezione astratta e “borbonica” del potere. Un leader efficace viene immaginato capace di governare grazie al consenso, di dirigere attraverso la persuasione, di motivare tramite la consapevolezza. In effetti, sono cambiate le condizioni che fanno da sfondo all’esercizio del potere; quindi è cambiata la concezione della leadership.
Nel mondo contemporaneo, i leader sono coloro sui quali più ampi strati di persone possono far conto. Non coloro che possono contare sul più largo numero di seguaci. Non è stato e non è dovunque così, ma è quanto si spera che accada dove vengano presi sul serio i valori della libertà individuale, della responsabilità sociale e dell’equità. Se la leadership è, essenzialmente, un processo di influenza interpersonale diffuso, che alcuni, appunto i leader, esercitano più di altri, è ovvio che in una “società aperta” si tenda a dar credito a chi dà garanzie di esercitare il potere accordato per il bene comune. Certo, non è sempre chiaro come potrebbero, pienamente, realizzarsi quelle che, in linea di principio, sono idee inconfutabili. Tuttavia, queste enunciazioni, solo apparentemente astratte, sono riferimenti necessari in ogni ricerca psicologica riguardante le caratteristiche di personalità dei leader. Diversi studi attestano che gli elettori ricordano i tratti di personalità dei candidati più spesso e più a lungo di quanto non ricordino i loro programmi e le loro argomentazioni. Il giudizio degli elettori si concentra maggiormente su due poli distinti: quello della “Energia/Innovatività” e quello della”Sincerità/Affidabilità”. Si tratta, solo, di due tra i fattori soggettivi che intervengono in una campagna elettorale. Questa ripartizione bipolare delle qualità di un leader rappresenta, per gli psicologi che studiano la politica, un sorprendente appiattimento rispetto alla complessità del problema. Infatti, le ricerche contemporanee e i sondaggi riguardanti la personalità dei politici si propongono di offrire una descrizione utilizzando, generalmente, almeno cinque aggettivi: l’energia, l’amichevolezza, la coscienziosità, la stabilità emotiva e l’apertura mentale. Queste cinque dimensioni vanno bene per quasi tutte le indagini relative a personalità che appaiono sui mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, di fronte a una scelta politica, la griglia mentale che, di norma, orienta il nostro giudizio sulle altre persone, almeno secondo questi cinque fattori, si riduce drasticamente. Per di più, non e possibile stabilire, scientificamente, se questa perdita nella descrizione delle caratteristiche di personalità sia compensata da un guadagno nella comprensione della sostanza umana. E‘ stata avanzata l’ipotesi che questo effetto sia dovuto alla televisione; ma sorprende il fatto che interessi solo i politici. Nelle ricerche che prendono a bersaglio i personaggi del mondo dello spettacolo, i cinque fattori riemergono tutti.
Questi metodi di studio della politica sono molto dibattuti tra gli psicologi. La ricerca sulla leadership è antica e si è sempre suddivisa tra coloro che sottolineavano l’importanza delle caratteristiche individuali del politico e quelli che, invece, accentuavano il ruolo dell’ambiente. Natura o cultura? Eredità o ambiente? Le prime concezioni sulla leadership si rintracciano nel pensiero degli storici, dei filosofi e dei grandi scrittori.
Platone, Plutarco, Machiavelli, Hobbes, Tolstoj, in vario modo, hanno anticipato le riflessioni degli psicologi su ciò che oggi viene chiamata leadership e, fin dal remoto passato, hanno segnato i contorni della discussione sul primato della personalità o dell’ambiente. Successivamente, in Hereditary Genius, di Francis Galton, venivano poste le premesse di quelle teorie del “Grande uomo”, predisposto al comando, che avrebbero dominato la ricerca sulla leadership per tutta la prima metà del secolo scorso. Nonostante i numerosi tentativi, non si è mai riusciti ad ancorare la leadership ad un particolare tratto di personalità o a una caratteristica dell’intelligenza. Quindi, progressivamente, l’attenzione si è spostata dai tratti che caratterizzano un leader, ai suoi comportamenti e allo studio delle situazioni che ne favoriscono l’espressione. Come le teorie sul “grande uomo” avevano attratto l’interesse dei ricercatori, nella prima metà del secolo scorso, così le teorie situazionali presero il sopravvento, soprattutto durante gli anni sessanta e settanta.
Molte ricerche recenti attestano, in fondo, l’evidenza: ovvero che gli elettori ricordano le persone più delle ideologie. A conferma di ciò, esperimenti di psicologia sociale hanno mostrato come le stesse tesi possano suscitare reazioni completamente differenti, quando siano espresse da persone diverse. La consapevolezza del peso scarsamente ideologico del consenso contemporaneo ha spinto il mondo della politica ad approfondire la conoscenza dei meccanismi della comunicazione di massa. Negli ultimi cinquanta anni, i mass media hanno rivoluzionato la politica più di quanto abbiano potuto fare le ideologie o gli studiosi, in oltre cinquecento anni. Attualmente, sembra che i temi che più stanno a cuore agli elettori, in Italia come ovunque e in ogni schieramento politico, siano gli stessi: l’occupazione e l’equità fiscale; mentre tra coloro che vivono lontani, tra gli Italiani all’estero, appare più spiccato l’interesse per le questioni di principio, come il presidenzialismo e il federalismo. Tutti, in ogni caso, stando alle ricerche, votano, volentieri, un candidato munito di semplici, ma preziose, doti umane: energia, innovatività, sincerità e affidabilità.
Dal punto di vista psicologico, l’elettore somiglia al tifoso di una squadra di calcio; ma esistono più specie di tifosi. C’è chi segue la sua squadra, in trasferta, per migliaia di chilometri e chi, a malapena, si interessa dei risultati finali. Secondo lo psicoanalista inglese Money-Kyrle, alla base di una interpretazione psicoanalitica della politica vi è l’ipotesi che figure e istituzioni politiche del mondo esterno possano simbolizzare aspetti del mondo interiore individuale. Semplificando, l’elettore subisce gli effetti di due grandi meccanismi psicologici. Da una parte la “proiezione”, ovvero quel processo per cui si attribuiscono a partiti e uomini politici idee e aspirazioni che sono nostre, anche se non realizzate; un pò come avviene con i cantanti e gli attori. D’altra parte, esiste anche il fenomeno della “identificazione”, cioè la tendenza a pensare che certi candidati, per il loro modo di pensare e apparire, sono simili a noi, quindi meritano il voto. Sono meccanismi di consenso molto simili a quelli che si attivano nel mondo dello spettacolo.
Anche gli antichi Greci, attraverso la Retorica, addestravano gli aspiranti politici ad apparire e a parlare in pubblico. Questi processi psicologici legati all’immagine e al leader ignorano, in buona parte, la qualità e l’importanza delle idee politiche. E’ un dato inevitabile, ma, in democrazia, questo appiattimento può essere contrastato dando maggiore spazio alle buone argomentazioni. C’è anche chi è, sostanzialmente, fedele a un movimento o a un partito e si considera, per questo, inserito in un grande organismo sociale. Si tratta di una tendenza limitata, perché, attualmente, i grandi partiti storici italiani sono scomparsi. Tuttavia, una parte dell’elettorato è ancora orientata da queste motivazioni, secondo un processo che lo psicoanalista M.Balint ha definito “fusione”. Ciò avvalora l’importanza degli schieramenti e la necessità, per ogni leader, di apparire a capo di un movimento di cui l’elettore possa sentirsi partecipe. Da questo calderone psichico, destinato, comunque, a fare i conti anche con la parte razionale della mente, nascono le diversità politiche individuali e, in definitiva, i diversi voti.

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Aberto Angelini. Foto: cortesia dell'Autore
(*) Alberto Angelini - www.albertoangelini.it
Psicoanalista (SPI). Ha insegnato Psicologia Clinica nell’Università La Sapienza, di Roma e nell’Istituto Internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e sulla Giustizia (UNICRI). Autore di diversi volumi. Direttore della rivista Eidos: Cinema, Psyche e Arti visive

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