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Politici e menzogne

Di Alberto Angelini (*)
Chi avrebbe mai creduto di poter vedere un politico piangere per una bugia, o una omissione, scoperta dai cronisti? Nel passato, di fronte all’accusa di menzogna, potevamo osservare l’interpellato di turno, il volto come pietra, negare fino alla morte, anche di fronte a ogni evidenza. Il Presidente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha offerto al pubblico italiano una inaspettata novità. Accusato, sui media, per una brutta frase pronunciata da un suo interlocutore telefonico e intercettata, è scoppiato in calde lacrime, smentendo di averla mai sentita. Prescindendo dalla validità e dalla consistenza dell’accusa, che dovrebbe essere accertata, ha colpito la reazione umana e spontanea della persona; ovvero il pianto. E’ possibile far politica piangendo e, magari, mentendo? Oppure il rapporto fra i politici e le menzogne deve essere considerato in modo un po’ diverso rispetto a come si valutano le menzogne, nella vita quotidiana? Come si può immaginare, in molti negoziati politici le omissioni e le mezze verità fanno parte dei normali arnesi della trattativa. Il problema, però, è un altro: anche per dire le bugie bisogna essere bravi. Solo alcune persone possiedono le doti di personalità per mentire bene. La Psicologia ha una lunga tradizione di ricerca riguardo al fenomeno della menzogna, sia nell’ambito della clinica, come accade riguardo ai bugiardi patologici, sia all’interno della Psicologia sociale. Gli aspetti psicologici della menzogna, in ambito politico, sono oggetto di studio fin dalla metà del secolo scorso e hanno interessato autorevoli psicologi.
Per esempio, quando Richard Nixon, molti anni fa, fu travolto dallo scandalo del Watergate, che lo costrinse a dimettersi dalla presidenza degli Stati Uniti, non cessò mai di protestare la propria innocenza e sincerità. “Non ho mai mentito, diceva, tutt’al più ho dissimulato. Non puoi dire quello che pensi di questo o di quell’individuo, perché può capitare che ti debba servire di lui”. Eppure, fin dalla prima conferenza stampa televisiva, sul Watergate, uno spettatore d’eccezione aveva individuato, nel comportamento del presidente, i segnali di un imbarazzo straordinario.
John Stern, psicologo dell’università Washington a St.Louis, Missouri, aveva notato che Nixon, pur sembrando tranquillo e controllando la voce, batteva le palpebre con una frequenza, anche quattro volte, superiore alla media, nel rispondere alle domande dei giornalisti. Questo sintomo di forte stress è tra i segnali comportamentali che possono indicare la menzogna. Non a caso, Nixon è passato alla storia come un pessimo bugiardo.
Studiare gli indizi dell’inganno è una pratica coltivata in medicina e psicologia per individuare eventuali bugie dei pazienti. In tempi abbastanza recenti, queste conoscenze sono state applicate alla selezione del personale, alla lotta contro la criminalità e alla politica.
Paul Ekman, professore di psicologia nella università della California, autore del volume I volti della menzogna, tradotto anche in italiano, qualche tempo fa, dopo aver lavorato per l’FBI, si è sentito chiedere se poteva aiutare i negoziatori politici a scoprire le bugie della controparte, durante gli incontri ai massimi livelli. In più di venti anni di ricerche, Ekman ha messo a punto un codice per l’analisi della mimica facciale che va sotto il nome di FACS (Facial Action Coding System). Una differenza significativa fra espressioni del viso simulate e autentiche è collegata alla simmetria dell’azione facciale. Per esempio, un sorriso spontaneo tende ad essere uguale e simmetrico, sia nella metà destra, sia nella metà sinistra del viso. Quando, invece, l’espressione sorridente è simulata, risulta, generalmente, più marcata sul lato sinistro del volto. Forse per questo, il linguaggio comune attribuisce agli individui infidi un “sorriso sinistro”. In effetti, sul piano neurologico, esistono due vie nervose indipendenti che vanno dal cervello ai muscoli facciali: una per la mimica intenzionale, una per quella spontanea.
La via nervosa che presiede alle espressioni facciali deliberate ha origine, presumibilmente, nella corteccia del cervello dove si svolgono i processi psichici superiori e produce una maggiore asimmetria. La via nervosa della mimica spontanea sembra, in gran parte, sottocorticale e determina espressioni più simmetriche.
La mimica involontaria delle emozioni è un prodotto dell’evoluzione della specie umana e anche il politico meglio addestrato non può controllarla completamente. Sia pure per brevissimi istanti, appaiono dei fugaci e rivelatori atteggiamenti del viso, le cosiddette “microespressioni”, che possono essere individuate analizzando le videoregistrazioni televisive. Probabilmente è per questo che molti uomini politici e negoziatori tendono a trasformare il loro volto in una maschera impassibile che, nel bene e nel male, non lasci trasparire gli effettivi intendimenti. E’ una arte in cui alcuni riescono meglio di altri. Nel recente passato della storia d’Italia brillò, tra i nostri politici, in questo difficile esercizio, il volto da poker di Giulio Andreotti, misurato anche nei gesti. In ciò diverso dal suo predecessore, De Mita, che tradiva spesso il nervosismo passandosi lingua tra le labbra. Sempre a quel vecchio periodo risale la controllata immagine di Craxi, con le lunghe pause che costellavano i suoi discorsi, allontanando l’elemento della spontaneità e suggerendo pensieri fin troppo calibrati.
Tra i politici nostrani contemporanei troviamo le due grandi categorie: quelli che tendono a esternare e quelli che cercano di controllare l’atteggiamento e la mimica. Tra i cosiddetti “esternatori”, tendenti a manifestare gli affetti, primeggia Berlusconi, talmente sorridente e, a volte, fuor dalle righe, da indurre a pensare che sia effettivamente spontaneo. Nel recente passato, un buon esempio di controllo dei messaggi verbali e gestuali è stato offerto da D’Alema. Torna alla memoria, durante un talk-show televisivo, la sua risposta alle frasi concitate di un suo interlocutore e avversario: “Calma e gesso”. A suo tempo, appariva molto più spontaneo Rutelli, che mirava a creare una immagine “popolare” nell’elettorato. L’ex Presidente del Consiglio, Letta, si schierava sul versante dei moderati, anche nel campo della mimica. Invece, l’attuale Presidente Renzi ha una gestualità spontanea e immediata che trasmette, almeno a livello mediatico, una idea di sincerità. Grillo, non c’è bisogno di metterlo in evidenza, ha cercato di rivoluzionare tutti i vecchi arnesi della comunicazione politica. Ciò perché egli tenta, fortemente, di non farsi catalogare fra i soliti politici di professione.
Sul piano storico, in campo internazionale, resta la memoria di Andrei Gromyko, stimato dai diplomatici come un fantastico bugiardo. Quando John Kennedy aveva nel cassetto della scrivania le foto dei missili russi installati a Cuba, Gromyko gli assicurò per ore, esibendo solo una “insolita giovialità”, che quelle installazioni erano normali armi antiaeree.
In realtà, gli indizi della menzogna sono moltissimi: un cambiamento d’espressione, un movimento del corpo, un’inflessione di voce, il deglutire saliva, una respirazione troppo profonda, alterazioni nel ritmo del discorso, gesti involontari e così via. Perché si rivelino occorre, però, che il bugiardo avverta un senso di colpa, o meglio un conflitto di coscienza per la sua menzogna. Ma i veri politici e i diplomatici non si sentono in colpa, non provano ansia cercando di nascondere le loro malefatte. Agiscono in coerenza con i loro valori che sono, facilmente, diversi dai valori medi della popolazione. Per questo, grandi personalità politiche, nel laborioso tentativo di proporre una immagine pubblica, massimamente, spontanea e sincera, hanno chiesto l’aiuto di esperti, come pubblicitari e attori. Nixon, a detta di molti commentatori, era stato istruito ad accentuare le gesta delle braccia e i movimenti delle mani. Queste istruzioni lo facevano apparire falso. E’ difficile collegare intenzionalmente un gesto adatto alle parole che si pronunciano. E’ come guidare l’auto pensando, via via, ogni singola azione, mentre la si esegue: la coordinazione è approssimativa e si vede.
Sempre tornando alla storia, il duello elettorale fra Carter e Regan fu, invece, combattuto a colpi di rughe. Entrambi i candidati puntavano sul sorriso. Esso è prodotto, fondamentalmente, dalla contrazione del muscolo zigomatico maggiore. Il sorriso spontaneo lascia intravedere i denti, raggrinza i lati della bocca e produce, agli angoli degli occhi, le classiche “zampe di gallina”.
Una fronte distesa e una leggera inclinazione verso l’interlocutore completano l’opera. Così appariva Carter, sereno e fiducioso, al tempo della sua prima candidatura. La crisi iraniana riuscì, però, ad appannare il suo smagliante sorriso e a paralizzare le “zampe di gallina”. Reagan, al contrario, fu sempre, nella fase elettorale, capace di offrire una sicura immagine di se. Anche Bush sembrava conoscere le regole che governano la gestione di una immagine pubblica. Ma la credibilità con cui lanciò, per esempio, il suo appello contro la droga svanì di fronte alle immagini della sua faccia pietrificata quando gli comunicarono, l’undici settembre del 2001, che la nazione era stata attaccata.
Tra i capi di stato passati più abili, nel gestire la propria espressività, è emersa, secondo Ekman, la figura di papa Woytilja. La sua visita in Polonia, nel 1983, fu un capolavoro di autocontrollo. Il papa, sorridente, strinse la mano a Jaruzelski che, appena poco prima, aveva sospeso l’attività sindacale, sottoponendo a rigidi controlli i dirigenti come Lech Walesa. I successivi sviluppi storici testimoniarono che quella esibizione, volta a sancire un qualche accordo riservato, fu utile.
Chi vuole, quindi, cogliere gli indizi della menzogna sul volto di un abile politico deve fare i conti con una lunga abitudine al controllo del volto e dei gesti. Occorre, inoltre, una certa esperienza nell’interpretazione di questi indizi. Si rischia, altrimenti, di cadere nel cosiddetto “errore di Otello”.
Nel dramma di Shakespeare, il pianto e la disperazione di Desdemona, che temeva di non essere creduta e di venire uccisa, furono interpretati dal Moro di Venezia, come segni di colpevolezza, causando la tragedia. Ugualmente, un osservatore poco abile può scambiare dei comuni sintomi di stress o di tensione emotiva per indizi di menzogna. E’ un destino verosimile, in politica, dove chi mente può venire scoperto; ma anche gli innocenti, a volte, sono giudicati colpevoli.


(*) Alberto Angelini - www.albertoangelini.it

Psicoanalista (SPI). Ha insegnato Psicologia Clinica nell’Università La Sapienza, di Roma e nell’Istituto Internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e sulla Giustizia (UNICRI). Autore di diversi volumi. Direttore della rivista Eidos: Cinema, Psyche e Arti visive

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