Vulcano (fonte foto Tommy G. Beatty - Pixabay)

Cerchiamo di fermare i disastri ambientali, ma poi la Terra decide a modo suo

536 d.C., l'anno del disastro ambientale
di Antonello Cannarozzo

Da alcuni anni il problema del cambiamento climatico è diventato un argomento non solo per scienziati, ma anche per la cosiddetta gente comune che si comincia ad interrogare sul disastro che incombe sul nostro pianeta, l’unico che conosciamo e, dunque, non essendoci eventuali pianeti B, è bene curarlo per quanto è possibile.

Sembra passato un secolo da quando solo nel 2015 si riunirono i capi di Stato del mondo a Parigi per impegnarsi pubblicamente per la riduzione del Co2 e rendere l’aria del pianeta più respirabile e più salutare.

Oggi possiamo definire quegli accordi carta straccia se, dopo tanto parlare l’aria del pianeta con tutte le sue conseguenze è sempre più irrespirabile e, purtroppo, non pensiamo che questi giorni in Polonia nella ennesima riunione sul clima, si possano ottenere dei buoni risultati. Ma se in Europa le politiche sull’inquinamento hanno trovato almeno un ascolto importante da parte dei cittadini, nel resto dei Paesi in via di sviluppo ciò non è accaduto.

Pensiamo a due colossi come la Cina e l’India dove, a causa dell’uomo, l’inquinamento, specie nelle grandi città, raggiunge livelli drammatici con ripercussioni globali.

Eppure ci sono stati periodi nella nostra vecchia Terra talmente drammatici che per riprendersi ci sono voluti interi secoli se non millenni, ma senza andare troppo lontano nel tempo come all’era dei dinosauri, ci sono date nella nostra storia che definire tragiche è solo un eufemismo come il 536 d. C. l’anno forse più drammatico e sconosciuto di tutta la nostra storia. Roma era ormai caduta in mano ai barbari e tutta la Penisola era messa a ferro a fuoco lasciandola nel completo caos.

Dall’impero allora d’Oriente, voluto da Costantino, arrivò però la riscossa grazie all’imperatore Giustiniano padre del Corpus Iuris Civilis,ancora oggi base del nostro diritto civile -  che con grande capacità militare e politica riconquistò l’Italia cacciando i goti e i vandali al di là del mare verso la Spagna e verso l’Africa.

Sembrava che l’impero di Roma potesse rinascere dopo tanto dolore, ma fu un sogno effimero, ben presto le conquiste furono di nuovo perdute questa volta per mano dei longobardi e degli arabi.

Giustiniano lungo tutto il suo regno, dal 536 al 565, dovette assistere impotente non solo alla riconquista dell’Italia, anche alla più grossa catastrofe umanitaria fino ad allora conosciuta.

Nei primi giorni del 536 e per altri 18 mesi la Terra venne avvolta da una spessa coltre di nebbia che bloccò i raggi del sole procurando la desolazione del suolo con la conseguente moria di animali condannando i popoli alla fame non potendo più sostenersi con i raccolti e l’allevamento de bestiame, senza citare l’inquinamento dei fiumi e delle sorgenti.

Scriveva lo storico Procopio, testimone di quei fatti:”che il Sole ha generato la sua luce non luminosa, come quella la Luna, durante tutto l’anno, e sembrava eccezionalmente simile ad un’eclissi di Sole, perché i raggi diffusi non erano chiari né predisposti per illuminare “, un fenomeno che ovviamente fece scendere la temperatura di diversi gradi anche in estate facendola diventare come in un rigido inverno colpendo oltre che l’Occidente anche interi popoli dell’Asia, come venne tramandato da testimoni oculari.

Ovviamente, vista l’epoca, non sappiamo se ci furono ripercussioni anche in quel Continente che circa 1000 anni dopo sarebbe stata conosciuto con il nome di America.

Ma da cosa era stato provocato questo cataclisma?

A quel tempo certo non poteva essere stato l’inquinamento industriale con l’immissione nell’atmosfera di Co2, oppure con l’uso indiscriminato delle risorse senza alcun controllo da parte dell’uomo.

Il tutto fu generato invece da cause naturali: l’eruzione di due vulcani lontani da qualsiasi civiltà, come era a quel tempo l’Islanda.

La prova di questa teoria è stata confermata dall’analisi di un ghiacciaio svizzero, Colle Gnifetti che grazie ad indagini ai raggi X i ricercatori hanno potuto riscontrare nel ghiaccio particelle di ceneri e di materiale piroclastico prodotto durante un’eruzione vulcanica risalente al periodo citato, già identificato in precedenti ricerche, ma che ora sono una prova di un grande evento vulcanico.

Queste tracce, sono state riscontrate a quelle trovate nei laghi e nelle torbiere in Europa e in profondità dei ghiacci della Groenlandia molto affini ad alcune particelle sulle rocce vulcaniche in Islanda ed ecco come tali dati, messi insieme, suggeriscono l’ipotesi di una eruzione nel 536.

Ma quando affermiamo che quell’anno fu veramente terribilis ciò è dovuto al fatto che le disgrazie non vengono mai sole.

Alla fame, alla disperazione di interi popoli si era aggiunta anche la forma più terribile di peste, quella bubbonica, che falcidiò ciò che rimaneva di popolazioni già provate, si parla di un 35/50% della popolazione ancora in vita ponendo l’impero d’Oriente letteralmente in ginocchio.

Per parlare di una ripresa economica e sociale bisognerà aspettare più di un secolo verso la fine del 600.

Da questo breve excursus si può capire come sia certamente importante che gli uomini intervengano con i mezzi a loro disposizione per non creare eventuali disastri ambientali, sapendo però che la Terra ha una sua visione delle cose e, come nel 536 d.C., basta che un potente vulcano esploda anche in luoghi remoti per causare quello che neanche i popoli più inquinanti riuscirebbero mai a procurare e con tanti saluti alle varie conferenze sul clima. 

 

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