Schema della sezione verticale di un cervello umano: visibile la parte superiore o telencefalo, che include la corteccia cerebrale, e la parte sottostante detta diencefalo. Di Henry Vandyke Carter - Henry Gray (1918) Anatomy of the Human Body (See "Libro" section below)Bartleby.com: Gray's Anatomy, Plate 715, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=526720

Il cervello continua a vivere anche quando è cessato il battito cardiaco

La morte non esiste, almeno per la scienza
di Antonello Cannarozzo

Uno dei problemi più angoscianti per l’umanità, al di là delle crisi economiche, ambientali o militari, rimane sempre il post mortem.
Non è un problema da poco perché riguarda tutti: ricchi, belli, giovani e vecchi. La morte, da quando esiste non guarda in faccia proprio nessuno.
Dunque, bisogna avvicinarsi a questo poco gradito appuntamento nel migliore dei modi: chi pregando per i propri peccati e chi cercando di vivere al meglio questa vita dove “del doman non v’è certezza”.
Insomma nulla è cambiato, solo che oggi rispetto ai tempi passati della morte, non se ne parla più, viene esorcizzata e chi ne parla deve subire il sarcasmo e i gesti scaramantici dai propri ascoltatori.
Peccato che, nonostante ciò, la morte imperturbabile è sempre al suo posto e ci aspetta quando lo deciderà lei.
Studi sul post mortem non sono stati approfonditi dalla scienza se non negli ultimi anni, relegando il tema più a una curiosità che ad una realtà da studiare.
Solo recentemente, grazie a sempre maggiori testimonianze di persone che avevano avuto una esperienza post mortem a volte sconcertanti, sono iniziate ricerche con una serie di studi coadiuvati anche da una metodologia e da una strumentazione innovativa che ha cominciato a dare risultati interessanti.
Però è bene ricordare, che per le persone che dicono di aver avuto esperienze dopo che era stata verificata la fine vitale, in realtà non era cominciato il rigor mortis che definisce l’avvenuto decesso al di là di ogni possibile dubbio e dal quale nessuno è tornato mai indietro, salvo duemila anni fa, ma questo è tutta un’ altra storia.
Dunque, questo fino ad oggi era lo stato di indagine sul problema, ma un recentissimo studio da parte dei ricercatori dell’Università del Western Ontario sta cambiando il modo di vedere le varie fasi della morte ed il suo dopo, prendendo in esame gli impulsi elettrici del cervello in pazienti ormai terminali a cui era stata interrotta la terapia di supporto vitale fino all’interruzione del battito cardiaco.
Analizzando i dati si è scoperto attraverso le onde nervose che c’è qualcosa di fortemente emozionale prima di esalare l’ultimo respiro tale da suscitare forti eccitazioni che possono portare il paziente a stati intensi riscontrabili come in un sogno molto reale con la visione di una forte luce, l’incontro con i parenti defunti, con gli angeli e quant’altro.
Dallo studio si è potuto osservare che se il cervello, con la cessazione cardiaca diventava inattivo in tre pazienti su quattro, in uno, tuttavia, rimaneva un’onda elettrica non solo dopo l’arresto del cuore, ma anche con la cessazione della pressione sanguigna.
Inoltre, una importante differenza nell’attività elettrica del cervello è stata rilevata nei 30 minuti precedenti il decesso e nei 5 minuti seguenti al cosiddetto termine vita.
Secondo il documento pubblicato nel National Centre for Biotechnology Information si specifica che rimane ancora: “Difficile definire fisiologica questa attività del cervello dato che si verifica dopo una prolungata perdita di circolazione” anche perché le registrazioni dell’attività cerebrale dei quattro pazienti sono tutte molto diverse confermando che tutti sperimenteremo il momento della morte in modo unico.
Questa ricerca apre nuovi orizzonti, non solo al mondo della medicina ma anche al legislatore che, quando gli studi saranno più esaustivi, dovrà rivedere la complessa questione su quando definire il fine vita e, di conseguenza, sull’attimo in cui si possa dichiarare la morte clinica.
Lo studio pone in realtà interrogativi non solo giuridici, ma anche etici con una revisione, ad esempio, delle norme giuridiche in merito all’espianto degli organi per la donazione.
L’espianto degli organi avviene, è bene sempre ricordarlo, non da un cadavere, ma da un essere clinicamente vivo che offre la possibilità per una guarigione ad un altro paziente, ma il donatore è pur sempre vivo.
Gli organi vengono estratti da persone dunque vive, ma che hanno perso la coscienza e sono dichiarate d'autorità in uno stato di "morte cerebrale". A dimostrazione che non sono morte vi sono le reazioni alla sofferenza prodotta dall'espianto che sono impedite da farmaci paralizzanti o da anestetici, medicine che certo non si usano sui cadaveri.
Un problema che è assai dibattuto fin dall’inizio dei trapianti.
Riportiamo solo alcuni degli innumerevoli giudizi di alcuni luminari a proposito del fine vita e dei problemi non risolti che esso comporta.
Il prof. Dr. Massimo Bondì, della Clinica Universitaria de La Sapienza Roma, afferma: “La morte cerebrale è ascientifica, amorale e asociale” (Audizione Commissione sanità 1992). Il dr. David W. Evans, cardiologo di fama internazionale, dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla “morte cerebrale”: “C'è grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale” (Audizione Commissione sanità 1992).
Il dr. Robert D. Truog, Dr. James C. Fackler, Harvard Medical School Boston: “Non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello".
Ancora il prof. Peter Singer, Presidente dell'Associazione Internazionale di Bioetica: “...la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta e accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi” (Congresso di Cuba 1996).
Il dr. Cicero Galli Coimbra, Head of Department neurology and neurosurgery, Università di Sao Paulo, Brazil: “...i protocolli diagnostici per dichiarare la morte cerebrale (test dell’apnea) inducono un danno irreversibile su pazienti che potrebbero essere salvati” (Convegno internazionale Roma 19/2/2009).
Questi solo alcuni dei pareri, ma sono migliaia, che sostengono che il tema debba essere ridiscusso: bisogna evitare al paziente che in estrema ratio si sottopone ad un trapianto di un organo appartenuto ad altri, di sentirsi colpevole facendo del motto latino “mors tua vita mea” la sua prosecuzione vitale.

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