Morte e vita (Gustav Klimt, 1915). YgFW0Kwjd_ptXQ at Google Cultural Institute maximum zoom level, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22127424

Il confine tra la vita e la morte che affascina da sempre l'umanità

La fisica dell’aldilà
di Riccardo Liberati

Da quando l’uomo ha iniziato a prendere coscienza della vita, ha iniziato a porsi domande sulla morte e una delle più antiche e ricorrenti riguarda la possibilità che dopo la fine della vita qualcosa di noi o meglio della nostra coscienza rimanga oppure se la morte è totale, definitiva e totalmente irreversibile.
A parte le risposte date dalla fede, non esiste al momento nessuna teoria, nessun esperimento che possa risolvere l’atavico dilemma della vita dopo la morte.
Recentemente tuttavia qualche scienziato si è sbilanciato formulando ipotesi interessanti.
Alla domanda esplicita se esista una continuazione delle funzioni vitali dopo la cessazione delle attività biologiche, la risposta non può che essere un secco no.
Tutti noi siamo in grado di distinguere un organismo vivo da uno morto e nel momento in cui la vita finisce, non ha alcun senso parlare di una sua continuazione. Che cosa sia però realmente la vita non lo sappiamo.
Come avviene la transizione da un agglomerato di molecole organiche complesse a un agglomerato di molecole organiche vive, non è un quesito cui la scienza possa dare una risposta.
I cosiddetti fenomeni NDE (Near Death Experiences), vengono spesso ed erroneamente addotti come prova incontrovertibile di una permanenza della coscienza dopo la morte. Il fatto è che questi fenomeni sono tipici di un encefalo in condizioni di anossia, ma non di un encefalo morto.
Le cellule cerebrali sono in una condizione di funzionamento molto ridotto, ma non del tutto assente. Nessun cadavere in stato di decomposizione è mai tornato in vita. Elettroencefalogramma piatto significa soltanto che l’attività cerebrale è talmente bassa da non essere rilevabile. In queste condizioni avvengono percezioni della realtà che sembra non passino attraverso i cinque sensi.
Esiste quindi qualcosa che in condizioni particolari di ridotto o comunque alterato funzionamento neuronale si attiva e consente di percepire ciò che comunemente i nostri sensi nelle stesse condizioni non sarebbero in grado di percepire.
Va notato che esistono prove che anche sostanze allucinogene provocano gli stessi effetti. Parliamo quindi di esperienze fatte da vivi, non certo da cadaveri.
Che cosa è che produce queste esperienze? E’ qualcosa che scompare dopo la cessazione delle funzioni vitali oppure permane? La risposta della scienza è banalmente: non lo sappiamo. Se non sappiamo che cosa sia la vita, ovviamente non possiamo sapere che cosa sia la morte, cioè l’assenza di una cosa che non conosciamo.
Tuttavia, alcuni fisici e biologi intraprendenti e fantasiosi, hanno sostenuto che potrebbe esserci una connessione tra la fisica quantistica e la coscienza.
In particolare uno dei più grandi fisici matematici dell’epoca moderna, Roger Penrose, ha ipotizzato che la coscienza sia un fenomeno quantistico che avviene in zone microscopiche dei neuroni, chiamati microtubuli. E la cosa interessante è che questa coscienza non è qualcosa che termina con l’attività dei neuroni, ma permane anche dopo la loro distruzione. All’inizio del ventesimo secolo, due teorie rivoluzionarono la fisica: la fisica quantistica e la teoria della relatività speciale.
Le due teorie furono unificate da scienziati del calibro di Feynmann, Schwinger, Tomonaga ecc. Ma quando Einstein formulò la sua teoria della gravitazione passata alla storia come relatività generale, si creò un grosso problema: la fisica quantistica e la teoria della relatività generale non andavano d’accordo.
A tutt’oggi non esiste nessun metodo teorico che possa unificare le due teorie, ma ormai tutti pensano che se alla fine qualcuno riuscirà nell’intento, dovrà formulare una teoria in uno spazio a molte dimensioni. Sono proprio queste ulteriori dimensioni ad affascinare coloro che si occupano dell’aldilà.
Secondo loro, quella che gli uomini di fede chiamano anima e che dovrebbe sopravvivere alla morte, esiste proprio in queste dimensioni extra.
C’è da dire che non esistono prove sperimentali che queste dimensioni esistano realmente e al momento si tratta soltanto di congetture teoriche non verificate e probabilmente difficilmente verificabili.
Una considerazione va comunque fatta: se ad esempio la nostra specie si fosse evoluta sul fondale degli oceani, non avremmo avuto la vista e la nostra percezione dell’universo sarebbe stata completamente diversa. In sostanza, noi percepiamo una parte di realtà: quella che i nostri sensi ci fanno percepire.
Non esiste nessuna prova che nell’universo non ci sia altro che noi non siamo predisposti per ‘vedere’ e questo ‘altro’ potrebbe essere proprio quella che le religioni chiamano anima. Al momento possiamo soltanto essere dubbiosi come scienziati e certi dell’aldilà come credenti.

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