Ricerche matematiche dimostrano che le religioni non avevano torto

La vita dopo la morte e la scienza
di Riccardo Liberati

Da quando l’uomo ha iniziato a rendersi conto che la sua vita ha una durata limitata e che questo limite ineluttabile è fonte di dolore, ha iniziato a crearsi delle speranze.
L’idea che la vita continui in qualche modo dopo la morte del corpo è antica quanto l’uomo ed ogni cultura ha avuto la sua propria interpretazione dell’aldilà.
Per alcune culture, l’aldilà era un luogo buio e tetro, per altre un luogo paradisiaco, in cui la vita sarebbe stata priva di tutte quelle angosce e dolori ai quali siamo abituati in questo mondo.
Il cristianesimo ha avuto una sua personale interpretazione della vita dopo la morte.
Interpretazione in base alla quale, nel giorno del giudizio, Dio giudicherà le anime dei defunti e in base al loro comportamento su questa terra deciderà se mandarli in paradiso oppure consegnarli alle fiamme dell’Inferno.
Non ostante il modo estremamente variegato con cui è stata dipinta la vita dopo la morte, una cosa è comune a tutte le culture: l’esistenza dell’anima.
L’anima sarebbe la vera essenza dell’uomo.
Il corpo fisico non è altro che una scatola, un contenitore nel quale essa è in qualche modo prigioniera e dal quale si staccherà al momento della morte per divenire immortale.
Con l’illuminismo ed il positivismo, tutto questo apparato messo su da culture e religioni per esorcizzare la morte, quell’unico destino che nessuno di noi può eludere, ha iniziato a sfaldarsi.
La scienza e la ragione non potevano in alcun modo avallare le varie teorie sull’anima, semplicemente perché non vi erano prove della sua esistenza e la logica non ne poteva dimostrare la consistenza.
Sennonché, all’inizio del XX secolo, una rivoluzione percorse la scienza.
Per descrivere l’infinitamente piccolo ci si rese conto che il determinismo non bastava più e che occorreva andare oltre. L’oltre fu la fisica quantistica ed al di là della sua complessa formulazione matematica, rappresentò uno strappo nella concezione galileiana dell’Universo e pose problemi enormi nel campo della epistemologia e dell’ermeneutica.
Mentre per la fisica classica, l’uomo era un osservatore distaccato dalla realtà osservata, con la nuova teoria, ne faceva parte.
Ne faceva talmente parte che senza una sua presenza, l’Universo avrebbe potuto anche non esistere. Se noi misuriamo la lunghezza di un tavolo, il tavolo esiste di per se e noi semplicemente ci armiamo di metro per valutarne la lunghezza. Ma quando si scende su scale molto piccole le cose non stanno così.
Quando misuro la posizione di un elettrone, ad esempio, l’elettrone diventa reale soltanto quando lo osservo. Senza la mia osservazione si trova in una specie di limbo e soltanto la misura fatta da me lo farà ‘collassare’ nel mondo reale.
Ora, si dà il caso che recentemente, alcuni scienziati del calibro del grande fisico – matematico Roger Penrose, abbiano prodotto delle teorie in base alle quali, la coscienza umana avrebbe una sua realtà ‘quantistica’ e che la morte cerebrale non ne intaccherebbe l’esistenza. Per la verità, la teoria di Penrose non è l’unica e se vogliamo essere precisi, non è nemmeno una teoria, ma semplicemente una ipotesi.
Da qui a dimostrare ‘scientificamente’ l’esistenza dell’anima ce ne corre. Figuriamoci a dimostrare l’esistenza del paradiso e dell’inferno! Ma l’opinione in base alla quale tutto ciò che era collegato alla parola religione, fosse per principio ascientifico e quindi falso, sta cominciando da tempo a non convincere più.
Purtroppo, le due grandi scoperte del XX secolo, la fisica quantistica e la teoria delle relatività generale, quella delle onde gravitazionali per intenderci, per qualche strano motivo fanno a pugni.
Non ostante i reiterati tentativi dei fisici teorici di tutto il mondo, non ne vogliono sapere di conciliarsi.
Quando e se dovessero mettersi d’accordo, potremmo trovarci di fronte a conseguenze inimmaginabili e l’esistenza dell’anima potrebbe essere dimostrata teoricamente e forse anche sperimentalmente. La sua eternità deriverebbe da un fatto estremamente semplice. Per la fisica che tratta l’infinitamente piccolo e la gravità, il tempo non esiste.
Quell’entità che si stacca dal corpo nell’attimo della morte, non avrebbe più a che fare con le leggi del mondo macroscopico e quindi non potrebbe più subire gli effetti del tempo, semplicemente perché lì dove si trova lei, il tempo non esiste. Per il momento dobbiamo accontentarci dell’ipotesi di Penrose, secondo il quale, all’interno del nostro cervello, esistono dei microtubuli nei quali risiederebbe la coscienza come curvatura del tessuto spaziotemporale e anche dopo la morte questa curvatura continuerebbe ad esistere in una sorta di universo parallelo.
Che poi questo universo sia pieno di fiamme o procuri a questa curvatura una gioia infinita, questo la teoria di Penrose non lo dice.

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