Normalità
di Roberto Mostarda

Avvicinarsi al termine che abbiamo scelto potrebbe aprire una riflessione storica, concettuale, filosofica di portata epocale e soprattutto senza possibilità di un punto fermo e certo per ogni tempo e ogni cultura.
Normalità, di per sé già implica ciò che tale non è o non viene considerato, avviando dunque senza preamboli un ragionamento su ciò che è da considerare tale e ciò che non lo è. Un passo che tocca aspetti del comportamento, della socialità, delle diverse possibilità in cui l’essere umano può manifestare la sua natura. E’ talmente complesso e estenuante che sovente ci troviamo anche ad attribuire valutazioni di normalità ad altri esseri viventi, la cui natura istintuale li pone per ciò stesso al di fuori delle umane elucubrazioni.
In primo luogo che cosa si intende per normalità. Secondo il dizionario il carattere, la condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali. In senso più astratto, una condizione o situazione normale o il suo recupero, si parla allora di ritorno alla normalità come nel linguaggio politico, dove però tale espressione storicamente indica o è servita a mascherare un forzato, e talora sanguinoso, ristabilimento dell’ordine o comunque l’adozione di metodi repressivi per ristabilire la normalità di qualcuno nei confronti di qualcun altro.
La diretta derivazione dall’aggettivo normale intende indicare chi segue la norma, è conforme alla norma, quindi consueto, ordinario, regolare, e simili. Nella linguistica, si parla di conformità alla «norma» prevalente (la quale è fondata piuttosto sul concetto di una maggiore correttezza che su quello di una maggiore diffusione nell’uso).
Ecco, allora, proprio in questo ambito si enuclea il valore più generale. La norma e con essa la normalità sono qualcosa che si conforma a regole, comportamenti, atti, omissioni che sono da considerare per la generalità appunto “normali”. Da questo atto nasce dunque una serie di ulteriori elementi di controllo e di valutazione di ciò che si conforma o no alla norma accettata.
Dunque abbiamo una puntualizzazione storica, un riferimento culturale e sociale a certe forme di società che si attengono a certe regole o che ne richiedono il rispetto e sanzionano chi ad esse non si allinea. La lettura della storia dei popoli ci dà anche strumenti per analizzare ancor più il significato di normalità. Pensiamo ad esempio ad alcune forme di sanzione violenta, di tortura, di estorsione di confessioni o ammissioni di colpa delle quali è costellata l’umana vicenda. E questo ci aiuta subito a ragionare sulla relatività sostanziale del termine riferito alla vita e alle società umane. Ciò che allora era considerato normale si confaceva in sostanza al volere di chi esercitava il potere ammantandolo di regole più o meno chiare, più o meno giustificate, per assicurarsi il mantenimento dello stesso potere.
Inevitabile che chiunque si fosse trovato o si sia trovato a collidere con questa volontà della maggioranza o del potere, entrava necessariamente nel cono d’ombra dei comportamenti non normali, devianti, patologici e via dicendo.
Ma allora, esiste un valore assoluto di normalità? Ovviamente la risposta è senza fronzoli: no! Esiste invece un insieme di atti, valori, comportamenti condivisi che costituiscono la normalità storica e per ogni periodo di essa. La crescita della consapevolezza di questa relatività, ha portato l’umanità anche a ragionare sulla opportunità e necessità di comprendere e accettare anche usi, costumi, lontani dai propri nel rispetto reciproco delle diversità.
Ecco allora, dopo questa breve e non certo esauriente disamina, che ci troviamo dinanzi al nocciolo della crisi attuale dell’occidente nei confronti del mondo musulmano e soprattutto di quella parte di esso che stravolge, trasforma i principi ad uso e consumo di questo o quel capo o capetto che si sultanizza. Qui siamo dinanzi allo stravolgimento del concetto di normalità e all’adozione di strumenti e di atti di repressione della diversità culturale, religiosa, etnica e sociale. Stabilita la norma – ammantandola di derivazione divina o profetica – tutto deve tendere al conformarsi ad essa, senza distinguo, senza analisi, senza sostanzialmente intelligenza. E’ un meccanico agire in base a formule e principi cristallizzati dove la capacità umana di capire e comprendere l’altro viene annichilita.
Per l’Occidente si pone allora l’interrogativo storico di non accettare una simile deriva, una simile negazione dell’intelletto umano e delle regole di convivenza che da esso sono derivate nei secoli aumentando e non irrigidendo la capacità di accettare, capire, comprendere, per convivere.
E’ questa la “guerra di civiltà”, non certo quella di un religione strumentalizzata e derisa. E’ questo il terreno della battaglia. La scommessa è quella di mantenere aperta la porta del dialogo, della reciproca conoscenza. Uno sforzo che non può e non deve essere a senso unico. Un musulmano per vivere nei nostri paesi dell’occidente deve conoscere e rispettare le regole del nostro vivere, non ergersi a giudice. Semmai contribuire a far evolvere il proprio bagaglio culturale in una realtà diversa da quella di origine. La reciprocità sarebbe opportuna oltreché logica. Tuttavia se un occidentale, un non musulmano si reca nei paesi più rigidi o nelle zone più osservanti, viene considerato un infedele e come tale non ha diritti  ma solo il dovere di rispettare e non discutere. Viene sopportato, isolato, considerato un virus da tenere alla larga. E’ questa la realtà non certo esaltante.
Come sempre, ascoltando i proclami jihadisti, la loro stolida certezza, viene da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, nella contrapposizione così epocale che si vorrebbe far divenire regola per giustificare la guerra santa e i suoi eccessi.
L’Occidente ha le sue responsabilità che sono anche culturali, oltreché politiche, economiche, militari. Ma non è e non può essere questo il punto. la battaglia di Lepanto è storia. Inutile ripartire da essa. La realtà successiva è quella che si è realizzata nel confronto o nello scontro secolare tra la civiltà e la barbarie dove l’una e l’altra non sono mai state da una parte sola. Ecco perché l’onestà intellettuale vorrebbe da tutti una maggiore  responsabilità per consentire il cammino verso la multiculturalità, fatta di diversità e specificità. Una ricchezza, non una rovina. Su tutto però deve prevalere un umile, semplice, normale e rivoluzionario concetto: il rispetto, senza aggettivi, declinazioni o coniugazioni improprie e partigiane.

NESSUN MAGGIOR DOLORE, CHE RICORDARSI DEL TEMPO FELICE NELLA MISERIA (Dante Alighieri) canto V dell’Inferno

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