Infrastruttura
di Roberto Mostarda

Se ne sente parlare, come spesso accade in Italia, da decenni. Se ne tratta, teorizza, si studiano in prospettiva significati, collegamenti, reti. Infrastruttura è una parola simbolica che rende coerente, che costruisce modelli, che da risposte almeno teoriche se non pratiche!
In economia, si legge nel dizionario, indica l’insieme di beni materiali e servizi che non entra direttamente nel processo produttivo (strade, canali, linee ferroviarie, linee elettriche e telefoniche, porti, acquedotti, fognature, opere igienico-sanitarie ecc.), ma costituisce la base dello sviluppo economico-sociale di un paese e, per analogia, anche di strutture che si traducono in formazione di capitale umano, quali l’istruzione pubblica, specie professionale, e la ricerca scientifica intesa come supporto indispensabile per le innovazioni tecnologiche. Le infrastrutture, con riferimento alla distribuzione sul territorio, presentano la caratteristica di essere organizzate in reti, a differenza delle attrezzature cosiddette ‘puntuali’ (scuole, ospedali ecc.); l’insieme delle i. e delle attrezzature di cui un paese è dotato forma il capitale fisso sociale.
Dal dopoguerra ad oggi si è parlato delle infrastrutture necessarie a far ripartire il paese, di infrastrutture necessarie a farci essere all’altezza degli altri paesi sviluppati, di correggere o sostituire infrastrutture invecchiate o superate.
Da qualche decennio, per quanti si richiamano sempre e comunque a forme di antagonismo, le infrastrutture sono qualcosa di negativo che andrebbero destrutturate o eliminate.
Il combinato disposto di questi due atteggiamenti ha avuto come risultato un paese sbilenco, con infrastrutture spezzettate, incoerenti ed incomplete. Abbiamo poi eccessi di infrastrutture come edifici pubblici lasciati invecchiare perché divenuti obsoleti o inutilizzabili.
Siamo il paese che ha ecceduto prima in dighe, poi in autostrade anche dove non erano necessarie, ma che non ha completato quelle assolutamente necessarie. Tra il nord e il sud è un florilegio di sprechi, cattedrali nel deserto, duplicazioni, assenze di elementi ineliminabili come raccordi, svincoli. In pratica abbiamo insegnato e costruito reti autostradali in Europa ma abbiamo la più carente delle reti in casa.
Non parliamo poi delle ferrovie. Dopo la scelta automobilistica degli anni sessanta, la rete è andata lentamente in disuso, riducendosi in lunghezza e peggiorando in strumenti di sicurezza. Siamo arrivati all’assurdo della elettrificazione di interi settori dopo l’elettrificazione degli anni d’oro. Poi, quasi improvvisamente, sulla scorta di esperienze in altri paesi, abbiamo imboccato la strada dell’alta velocità, ma senza poterne sorreggere le caratteristiche. Così abbiamo una sorta di dorsale proiettata nel futuro dove corrono convogli all’avanguardia, e strozzature dove si torna a viaggiare a velocità anteguerra. Un esempio: andare in treno a Firenze da Roma richiede poco più di un’ora di viaggio ma arrivare da Roma a Perugia (più vicina del capoluogo toscano) può richiedere oltre tre ore e mezza con cambi di vettura. Come possiamo definire una simile incongruenza: folle incoerenza frutto di scoordinamento e totale carenza di programmazione infrastrutturale. Ancora , in tutta Europa si procede alla creazione dei corridoi intermodali stradali e ferroviari, mentre da noi non si può installare neppure un rigassificatore a quaranta miglia dalle coste. Senza contare la protesta a metà strada tra ambiente e terrorismo per bloccare la Tav.
Ora, il premier torna a parlare di infrastrutture e anche di ponte sullo Stretto (l’araba fenice delle nostre infrastrutture) ma solo dopo aver realizzato le reti necessarie al Sud. Intento certamente lodevole per riavviare la ripresa che si nutre anche di grandi progetti e grandi strutture.
Un piccolo consiglio, però. Non tagli nastri e non intervenga ad inaugurazioni se le opere in questione sono solo pezzi, pezzetti, rami e rametti, e se manca un discorso di insieme, un disegno complessivo e coerente!

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