Dimissioni
di Roberto Mostarda

E’ tra le parole che più risuonano nella seconda repubblica e sul limitare (forse!) della terza. Nella prima andava di moda il vecchio adagio che “le dimissioni si minacciano, ma non si danno mai”!
L’argomento legato a questo termine è tornato di grande attualità anche semantica nelle ultime settimane in relazione alla vicenda che ha visto coinvolto sino all’ultimo atto, il sindaco di Roma.
Come sempre partiamo dal dizionario. La parola deriva dal latino dimissio che indicava"licenziamento, congedamento"; e si ritrova anche nel francese démission; nello spagnolo dimisión; nel tedesco Aufgebung; nell’inglese resignation). In linea di principio costituisce uno dei modi di risoluzione del rapporto di pubblico impiego. Possono essere determinate dalla volontà della pubblica amministrazione o da quella dell'impiegato. Nella prima ipotesi si parla anche di dimessione, o dimissione di ufficio. La dimissione di ufficio può verificarsi in seguito ad assenza dell'impiegato dal servizio, o per fine del periodo di prova. Nel primo caso deve mancare una causa forzosa che costringa l'impiegato a rimanere lontano dall'ufficio (art. 46 r. decr. 30 dicembre 1923, m. 2960) e la dimissione d'ufficio deve essere preceduta da una diffida a riprendere il servizio. È provvedimento più grave del licenziamento; ma non ha carattere disciplinare, né richiede la procedura prescritta per i provvedimenti disciplinari.
Le dimissioni presentate dall'impiegato sono la dichiarazione di voler porre fine al rapporto d'impiego. È prescritta, d'ordinario, la forma scritta. La dimissione non produce effetti fino a che l'amministrazione non abbia dichiarato, con deliberazione nelle forme di legge, di accettare le dimissioni. Frattanto l'impiegato dimissionario, qualora non osservi gli obblighi inerenti al rapporto d'impiego, può anche esser licenziato d'ufficio, anziché per accoglimento delle sue dimissioni. Fino a che non sia intervenuta l'accettazione delle dimissioni l'impiegato può sempre revocarle. D'altra parte l'amministrazione può anche non accettare le dimissioni presentate dall'impiegato, il che si verifica per lo più quando è in corso un procedimento disciplinare. Le dimissioni accettate e quelle dichiarate d'ufficio fanno perdere ogni diritto a pensione o indennità.
Le dimissioni possono essere presentate anche da funzionarî non impiegati: i ministri dimissionarî rimangono in carica fino a che non siano nominati i successori. Lo stesso principio vale per i sottosegretarî di stato.
Va anche notato che secondo una prassi costante il funzionario che ha presentato le dimissioni limita ordinariamente la propria attività all'adozione dei provvedimenti ritenuti urgenti e necessarî ad assicurare la continuità dei servizî.
In soldoni si interrompe il rapporto che lega una persona all’ente del quale è dipendente o per il quale lavora. In generale l’atto del dimettersi si può allargare ad ogni tipo di incarico pubblico o privato ed è sempre conseguenza dell’interruzione di un rapporto fiduciario da entrambi le parti in causa. Talvolta si può assistere a dimissioni date per protesta o per significare la propria distanza da atti e comportamenti dell’istituzione della quale si fa parte.
Nel caso di specie che ha attirato la nostra attenzione, quello del sindaco della capitale, si è assistito ad un’ulteriore evoluzione e tipizzazione: quella delle dimissioni date con riserva di sfracelli conseguenti (anche se poi smentiti) nonché nel momento ritenuto personalmente il più adatto! Non si entra qui nel rapporto politico del primo cittadino con le forze politiche di cui era espressione (Marino si è ufficialmente dimesso lunedì scorso) né nel suo rapporto con la città, negli ultimi tempi piuttosto turbolento.
Difficile però sottrarsi ad alcune considerazioni. Il rapporto fiduciario con la politica era da tempo spezzato, quello con la città in continuo e inesorabile logoramento. Ad esso non hanno giovato le vicende dell’uso della carta di credito municipale e soprattutto l’assenza totale e quasi spocchiosa manifestata in alcuni casi eclatanti come i funerali di un capo clan, o l’imbarazzante e farsesca pantomima della presenza a Filadelfia nel corso della visita del Papa negli Stati Uniti. Sentir dire al Pontefice “nessuno lo ha invitato” in risposta a una domanda in tal senso e ancor peggio la considerazione dello stesso sindaco “fossi stato il Papa non avrei risposto a quella domanda”, mostra se necessario la vera sostanza del problema. Essere il sindaco di una città millenaria, capitale dello stato che ospita uno stato estero, non consente derive verbali come quelle raggiunte dal nostro. Si rappresenta un’istituzione nei confronti di un’altra istituzione con la quale vigono comportamenti diplomatici internazionali. Dunque interloquire con battute a tu per tu con il Papa, non è stato un gran segno di senso dell’istituzione. Nel caso del funerale del capo clan, invece, è difficile interpretare l’assordante, agghiacciante silenzio del sindaco in viaggio, mentre si dava pacche sulle spalle con il suo collega di New York forse ignaro di chi aveva esattamente di fronte.
Ecco, in due battute, dove è il senso dell’inadeguatezza ad esercitare il ruolo. E se non bastasse, anche la pervicacia di aspettare qualche giorno, esercitare qualche atto, farsi acclamare in piazza, vagheggiare una propria lista mentre ancora si indossa la fascia tricolore. Non forma, ma sostanza!

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