Integrazione
di Roberto Mostarda

Uno strano concetto si aggira per i paesi europei, un concetto semplice nel suo significato immediato, estremamente complesso per quel che comporta la sua pratica attuazione.
Non è esclusivo del vecchio continente, ma in questi anni e in questi mesi recenti sta divenendo non solo di estrema attualità, ma anche discriminante su ciò che vuole essere e significare per il mondo, l’Europa, la sua idea di un luogo accogliente, fatto di diritti e doveri, di rispetto dell’altro, di possibilità per tutti.
E’ l’integrazione. In senso generico, indica il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni. In filologia, vuole significare l’inserimento induttivo (per congettura, per collazione con altri codici, ecc.) di una frase, di una parola, di una o più lettere cadute per errore dell’amanuense o per guasto meccanico del manoscritto. Altri e più pratici o addirittura tecnici i suoi significati.
Ma quello che più si avvicina alla nostra riflessione è certamente il valore di reciprocità, l’integrarsi a vicenda, unione, fusione di più elementi o soggetti che si completano l’un l’altro, spesso attraverso il coordinamento dei loro mezzi, delle loro risorse, delle loro capacità. Ancora si parla di inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita (contrapposto in questo caso a segregazione).
La nuova ondata di immigrazione dalla Siria in fiamme e dal sud del Sahara sta scardinando ogni forma di isolazionismo e ogni tentativo di contenere un fenomeno inarrestabile, una marea umana in cammino per allontanarsi da violenza, guerra, sopraffazione, discriminazione, sfruttamento. Prima l’Italia (in parte la Spagna), poi la Grecia e i primi incendi in Macedonia, e in queste settimane di estate l’esplosione della rotta balcanica.
E, come sempre nella storia, le convulsioni balcaniche hanno riflessi immediati e sconvolgenti in tutto il continente. Basti ricordare la dissoluzione della ex Jugoslavia per averne un’idea.
Sinora l’Europa ha visto prevalere interessi nazionali o di area e nessun tentativo di affrontare il nocciolo della questione: non potendo fermare - almeno per ora – l’onda in arrivo, occorre trovare un sistema di accoglienza che tenga conto dei rischi connessi alle infiltrazioni terroristiche ma che affronti non scansi il problema. Non è chiudendo gli occhi, girandosi da un’altra parte che si risolve. Ecco perché posizioni come quelle assunte dall’Ungheria e da altri paesi del vecchio est non possono essere accettate. E’ altresì evidente che se non esiste un modo “europeo” di affrontare l’emergenza ognuno prova a fare da sé. E da questa scelta scaturiscono anche esasperazioni e odiosi sistemi di riconoscimento. L’esperienza italiana dinanzi a una marea che non si arresta da anni, pur con errori e disfunzioni, è la dimostrazione che soprattutto l’accoglienza a chi non ha più nulla, è la prima risposta e da lì occorre sempre partire. Ci sono voluti migliaia di morti in naufragi in questi anni e la foto straziante di un corpicino senza vita sulla spiaggia che poteva essere la salvezza sua e della famiglia, per produrre un deciso slancio sinora assente. Quello della Germania della cancelliera Merkel che ha annunciato di voler accogliere centinaia di migliaia di migranti ogni anno nei prossimi anni! Una scelta coraggiosa che sta provocando un terremoto nelle cancellerie del continente, soprattutto in Gran Bretagna e in Francia, altri due stati in grado di promuovere accoglienza e dalle società certamente multietniche e non da oggi, ma forse dimentiche del dovere che queste situazioni comportano!
L’integrazione è il passo successivo e necessario all’accoglienza ed è molto ma molto più complesso! Richiede un’analisi coerente ed onesta di quello che siamo come europei. Lo ha detto il presidente della Commissione Juncker sottolineando che il continente è una terra di migrazioni e di integrazione da millenni. E che dopo gli orrori delle guerre del passato, oggi si trova ad essere una terra promessa per chi deve lasciare casa, affetti, la propria terra! Non sarà il nostro egoismo a fermarli. Anzi ogni egoismo sarà fonte di aggravamento della situazione se non si imboccherà una strada unica, valida per tutti e che richiede un’integrazione politica dell’Unione da troppo tempo lasciata in disparte dagli egoismi nazionali, ma inevitabile!

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