Dileggio
di Roberto Mostarda

E’ una parola negativa, fatta di offese anche gratuite, un agire secondo schemi che nulla hanno di rispetto delle consuetudini, dei valori morali e via dicendo. Propriamente la parola deriva dal verbo dileggiare. Il sostantivo indica lo scherno, la derisione, le parole o gli atti con cui si schernisce. Simili termini sono nella forma del verbo: deridere, schernire, beffare.
All’origine molte le possibili derivazioni della parola. Si pensa collegata all’etimo di dileticare, ovvero solleticare, ma anche porre in ridicolo. Oppure ancora si pensa all’accezione negativa di delicium, ossia scherno. Più ampiamente si indica l’atto con il quale si vilipende, ci si prede gioco di qualcuno.
Dileggio è divenuto di stringente attualità in queste assolate settimane di centro agosto per inqualificabile e gravissimo episodio avvenuto nella capitale, in occasione delle esequie di un uomo indicato come capo di un clan rom stanziale nella periferia est della città, dedito a vari traffici ed azioni illegali.
Quel che ci interessa però è il senso di vergogna che l’episodio ha provocato nel tessuto cittadino e nel più vasto agone mediatico anche internazionale, aggiungendosi ai non certo esaltanti spettacoli che gli ultimi mesi ci hanno regalato sulla tenaglia della criminalità a Roma.
Ebbene, la sensazione di strappo violento, di offesa ai più elementari valori di rispetto della convivenza civile è stata spiazzante, aspra e allucinante per quel che è andato in scena davanti ad una chiesa in un grande quartiere della metropoli. Ma anche per il concentrato di mestizia posto in atto da chi era preposto ad impedire, evitare, contenere quel che è successo.
Ecco, il dileggio alla città non è solo quello posto in atto dai responsabili del fatto, ma anche quello dell’inanità, del rimpallo, del “se sapevo avrei fatto” che è stato posto in atto dai responsabili di quello che sarebbe stato l’ordine pubblico e la pubblica decenza.
Non è in discussione la volontà di celebrare le esequie di qualcuno, ma il senso complessivo di beffa portata da un gruppo che da anni si ritiene e si comporta come uno “stato nello stato”, un corpo separato che esercita la propria “sovranità” in una parte ampia della periferia della città. Il dileggio sta nell’aver voluto dimostrare che si è potuto ipotecare, una chiesa, un quartiere, persino lo spazio aereo della capitale impedito al volo privato e controllato per quello di linea e/o militare.
Non è neppure necessario criticare o porre alla berlina il comportamento del clan e di una folla eccessiva di simpatizzanti e sostenitori, tanto è evidente lo sfregio portato alla città e ai suoi abitanti.
La parte più grave sta nell’incapacità di chi di dovere (autorità comunali, di polizia, anche ecclesiastiche) di porre un argine, di impedire lo scempio. Un componente del clan ha osservato che quella andata in scena è una manifestazione della “propria religione”, per cui il defunto voleva la carrozza trainata dai cavalli e i suoi hanno voluto i petali di rosa dal cielo. Così, come si trattasse di una festicciola alla scuola materna. Un quartiere, un luogo di culto, un intero quadrante della città sono stati ostaggio per ore di una messinscena volgare e dissacrante. E la notizia dell’accaduto è venuta fuori dalle riprese con i cellulari fatte dagli stessi partecipanti al “rito”.
Purtroppo nella vicenda si intravedono e si percepiscono tutti i significati peggiori del dileggio! E lo sfregio a Roma darà amari e velenosi frutti per molto tempo ancora!

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