Sballo
di Roberto Mostarda

Come tale la parola che abbiamo scelto non è contemplata nel dizionario se non come sostantivo generico derivato dal verbo sballare. Il primo significato che troviamo è riferito alla “balla” ovvero “frottola, affermazione o notizia inventata o esagerata”.
In questo ambito riscontriamo il dire cose esagerate, inverosimili e quindi incredibili. E per estensione, con riferimento a prezzi o condizioni di vendita, il proporre o chiedere somme esagerate, spesso inaccettabili.
Per atto di sballo, si parla anche di sbagliare in misura notevole in calcoli, piani di previsione e simili. O ancora in alcuni giochi di carte (sette e mezzo, baccarà, ecc.), oltrepassare il punteggio massimo, perdendo così la propria posta: si dice anche che il banco ha (o anche è) sballato.
In senso ampio, dunque, sballare, compiere uno sballo vuol dire andare oltre misura, superare il limite consentito, come eccedere nel bere così da perdere l’autocontrollo; nel gergo dei tossicodipendenti, trovarsi sotto l’effetto della droga.
Ed è proprio questo, dinanzi a settimane zeppe di notizie negative dedicate a giovani minorenni che fanno uso di stupefacenti e perdono la vita uscendo dai locali o all’interno di essi, che abbiamo volto l’attenzione all’atto dello sballare, appunto allo sballo.
Chi scrive ricorda, pur senza averne fatto parte, il mondo della contestazione e della musica rock sempre più sfrenata e disinibita anche sul fronte delle droghe prima e poi quello consumistico tout court, con interessi economici di livello mondiale che hanno indotto e inducono generazioni intere o parti di esse ad avvicinarsi agli stupefacenti.
Il tema è pesante e complesso e si scontra sempre con l’assioma acritico di chi ne fa uso e lo propaganda, che la scelta di “farsi” di drogarsi, di sballare, è personale e dunque non si può attaccare questo o quel settore ludico dove il fenomeno esplode (si pensi alla chiusura della discoteca sulla riviera romagnola di qualche giorno fa per la morte di un giovane scoperto poi carico di sostanze stupefacenti).
Tesi certamente suggestiva sotto il profilo dei diritti o presunti tali di farsi del male, ma nel momento in cui il traffico e la distribuzione di questi prodotti sempre più di sintesi chimica e sempre più pericolosi e devastanti, è percepibile e quantificabile ad ogni livello della società, allora ogni analisi sociologica d’accatto lascia il tempo che trova.
Quello che si avverte – sembra quasi di sentire i genitori di qualche generazione fa – è il vuoto cosmico, il pessimismo esistenziale, la mancanza di ancoraggio a qualsiasi valore etico. Al di là delle frasi fatte e delle pseudo giustificazioni del tipo la colpa è della società, una cosa è certa: ognuno di noi è in condizioni di scegliere e decidere a meno che non rinunci a farlo e si faccia “indottrinare” da qualcun altro, un amico, un “guru” improvvisato della porta accanto.
Il nodo è proprio questo. In barba ai richiami alla libertà, ai diritti, allo sforzo individuale di trovare un senso al proprio esistere, è proprio nell’acquiescenza alle “lezioni” di qualcuno il rischio più alto e invadente. Ecco allora che provare la pasticca e poi proseguire, diviene un elemento di identità, per stare con gli altri alla pari, far parte del gruppo, in una parola “esistere”. Dalla palestra in cui si inducono giovanissimi ad assumere integratori pesanti quando basterebbe una sana e completa alimentazione, sino agli “spacci” (nel senso di punti di riferimento) accanto, all’interno, nei paraggi di ogni luogo di ritrovo giovanile, la possibilità di “iniziare” il percorso è facile e immediata. La consapevolezza e lo sforzo di uscirne immane e tanto più difficile quanto più acriticamente ci si è fidati di qualcuno che ha annullato qualsiasi altra voce familiare o meno.
Non servono crociate, però, e non bastano strumenti di ordine pubblico. Quando nessuno invita minorenni a non andare in luoghi pubblici a tarda notte, quando le piazze sono piene di bottiglie di birra o alcolici vari e di stimolanti. Quando nessuno fa attenzione, controlla quanto accade, cerca di intervenire prima e non dopo. Quando torme di quindicenni o poco più, si muovono come tribù nella notte e non esiste più giorno o notte, ma solo un unico tunnel indistinto nel quale ci si crogiola convinti di essere nel giusto o quando si ammantano i propri comportamenti con analisi sociologiche di chi non conosce ancora pressoché nulla della vita sociale, ecco allora che molte risposte vengono da sole. La famiglia non esiste più come luogo di mediazione, i figli agiscono “contro” i genitori e vogliono vivere senza condizionamenti (pretendendo tuttavia di essere curati come in un albergo). Fuori del nucleo familiare vi è da un lato il vuoto pneumatico delle istituzioni pubbliche e dall’altro l’allettante richiamo di quanti danno risposte compiacenti e il cui fascino è spesso irresistibile e ci si accorge del pericolo quando ormai è troppo tardi.
Una relativizzazione sempre più accentuata che non deriva solo dalla crisi politica del paese (molto si ripete in paesi più stabili in apparenza) ma dall’abdicazione totale di ogni ruolo di indirizzo, di guida alla comprensione delle cose e alla capacità di dare strumenti capaci di saper orientare senza condizionamenti, in assoluta libertà! Superfluo descrivere i soggetti responsabili di questa abdicazione: sono davanti ai nostri occhi, ogni giorno che passa, in ogni ambito e luogo!

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