Default
di Roberto Mostarda

Quasi inevitabile, nei giorni in cui la Grecia decide se rimanere nell’euro (anche se non esiste una procedura per uscirne, secondo i Trattati dell’Unione Europea), soffermarci su questa parola dal suono misterioso e non propriamente piacevole.
Default, dunque. In termini finanziari viene definita come la situazione di insolvenza, cioè l'incapacità tecnica di un'emittente di rispettare le clausole contrattuali previste dal regolamento di un finanziamento. Esempio dinanzi i nostri occhi la situazione in cui incorre uno Stato dichiara insolvenza o fallimento (che si definisce insolvenza sovrana). Questa il semplice, non sempre, valore del termine.
Se guardato anche in un'altra prospettiva, con la parola default non si intende niente di negativo. La locuzione, piuttosto diffusa anche nel parlato colloquiale delle persone colte o che hanno una certa pratica col linguaggio dei computer, è attestata nell’italiano scritto per la prima volta nel 2006 e significa che qualcosa accade ‘in modo automatico, come di consuetudine’: le prime venti flessioni le faccio di default, poi devo concentrarmi seriamente, tanto per fare un esempio. La pura neutralità della locuzione figurata è figlia della pura neutralità del vocabolo da cui la locuzione deriva, l’inglese default, letteralmente ‘mancanza, assenza, difetto ma, nel linguaggio dell’informatica inglese (e dal 1991 in italiano), è la «condizione operativa automaticamente selezionata da un programma o da un sistema informatico in mancanza di una istruzione specifica da parte dell’operatore», come recita la definizione accolta dal Vocabolario Treccani.it.
Conosciamo però il termine anche attraverso il mondo nervoso delle banche e delle istituzioni finanziarie. E qui, si potrebbe dire, la musica cambia e il significato dell’anglicismo pure. Qui il default è una cosa molto brutta, una vera mina vagante: una grande azienda quotata in Borsa, una banca, un intero Paese in condizioni di insolvenza rispetto a obbligazioni o debiti si trovano in una situazione per cui calza a pennello il termine default, che, al limite e sempre più spesso nel linguaggio dei media, assume il significato estensivo di ‘fallimento’.
Si può dire che proprio questo ultimo significato è quello che più preoccupa e pone interrogativi, soprattutto se si verte in tema di Stati o istituzioni anche sovranazionali. Il default cioè è come una piccola pietra che mette in moto una frana. Se si muove un piccolo tassello rischia di inclinarsi o perdere pezzi un intero edificio. Di qui l’affannarsi per impedire il default. Altro discorso è quello della revisione del debito sovrano o della sua cancellazione. Si tratta di eventi di difficile soluzione che richiederebbero un concerto internazionale di altruismo e non il concentrato di egoismi attuale.
Rimettere i debiti altrui e aver rimessi i propri, in fondo è un messaggio evangelico di conciliazione, di pacificazione e di soluzione di problemi altrimenti intricati e il cui intrico si avviluppa su se stesso ad ogni passo.
Qualcuno ha parlato e parla anche di default guidato, che sarebbe una sorta di via di mezzo tra il fallimento completo e la liquidazione controllata. Ma si tratta di tecnicismi economici e finanziari.
Il dato ontologico e soprattutto sociale ed umano è quello che si lascia sempre sullo sfondo. Nel default di un paese, spesso anzi quasi sempre il comportamento dei singoli conta, ma non è all’origine delle crepe e delle crisi che portano al fallimento.
Ma il default non è mai senza conseguenze nella vita di ognuno e di ogni giorno. In pratica a pagare il prezzo sono soprattutto coloro che non hanno potuto interferire nella genesi e nella evoluzione verso il default e che magari non hanno mai avuto in vita loro debiti oltre i redditi e dunque non hanno mai percepito il rischio di fallimento!

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