Statistica
di Roberto Mostarda

Il significato del termine indica la scienza che studia i fenomeni collettivi, sia naturali che sociali, attraverso metodi matematici, fondati soprattutto sulle tecniche di campionamento e sul calcolo delle probabilità, allo scopo di tracciare modelli esplicativi e di formulare previsioni. Oppure rilevazione ordinata di dati relativi e loro interpretazione secondo i metodi scientifici. In sostanza, si tratta di una disciplina che ha come fine lo studio quantitativo e qualitativo di un particolare fenomeno in condizioni di non  determinismo  o  incertezza  ovvero di non completa conoscenza di esso o parte di esso. Studia i modi (descritti attraverso  formule matematiche) in cui una realtà  fenomenica  - limitatamente ai fenomeni collettivi - può essere sintetizzata e quindi compresa. La statistica studia come raccogliere i dati e come analizzarli per ottenere l'informazione che permetta di rispondere alle domande che ci poniamo. Si tratta di avanzare nella conoscenza partendo dall'osservazione e dall'analisi della realtà in modo intelligente e obiettivo. Viene ritenuta l’essenza del  metodo scientifico. La parola etimologicamente viene legata a  status  (inteso come stato politico, così come stato delle cose:  status rerum). Come tale fu definita e proposta dal filosofo tedesco  Gottfried Achenwall  nel  XVIII secolo  come scienza deputata a raccogliere dati utili per governare meglio.
Con il termine statistica, nel linguaggio di tutti i giorni, si indicano anche semplicemente i risultati numerici (le statistiche richiamate nei  telegiornali, ad esempio: l'inflazione, il  PIL  ecc.) di un processo di sintesi dei dati osservati. La statistica è in qualche modo legata alla  teoria della probabilità  rientrando entrambe nel più vasto ambito della  teoria dei fenomeni aleatori, ma mentre la teoria della probabilità si occupa di fornire modelli teorici probabilistici ovvero  distribuzioni di probabilità  adattabili ai vari fenomeni aleatori reali definendo i parametri della variabile aleatoria in questione, la statistica parte da un  campione aleatorio  per descrivere le sue proprietà  statistiche  oppure risalire o  inferire  al modello probabilistico sotteso e alla  stima  dei suoi parametri (media,  varianza,  deviazione standard,  moda,  mediana).
Lasciamo la definizione per qualche consueta riflessione. Non vi è alcun dubbio che larga parte della nostra vita quotidiana, anche al di là della nostra percezione, sia fondata sullo studio statistico di comportamenti, scelte, decisioni. Ogni giorno sentiamo dire che gli italiani, al tale indice percentuale sono qualcosa, dicono qualcosa, pensano qualcosa, scelgono qualcosa!
Dunque ogni aspetto di quel che ci riguarda ci vede in qualche modo identificati, “fotografati”, riflessi in uno schema, in un insieme di simboli, disegni, espressioni numeriche.
Uno status, tanto per usare la stessa radice linguistica, che indubbiamente in alcuni casi ci fa sentire meno soli. Se il 58 per cento dei connazionali fa qualcosa come noi, siamo meno soli, anche se meno originali. La dove il fenomeno delle percentuali arriva al massimo delle sue estrinsecazioni, è certamente nelle elezioni. Dopo il voto lo studio dei flussi elettorali, delle dinamiche del voto occupa pagine di giornali e ore di trasmissione. Tutto alla ricerca di un segno, un dato che spieghi cosa pensiamo. Stesso schema nella ricerca dei dati di natura commerciale, le nostre preferenze in ogni campo.
Un reticolo che ci attanaglia ponendoci qualche volta dinanzi all’interrogativo: siamo noi a decidere qualcosa o intorno a noi c’è un sistema che ci fa ritenere di essere liberi e invece siamo assolutamente condizionati? Non abbiamo lo spazio per addentrarci in un territorio come questo filosofico e sociologico, e neppure ne abbiamo la competenza. Tuttavia è indubbio che qualche volta sentiamo il bisogno di sentirci realmente svincolati e/o affrancati dall’essere dei numeri valutabili e analizzabili. Anche perché gli indici statistici riescono molto più di quanto si pensi, a orientare, spingere le nostre azioni sia in linea, sia in contrario. E sovente ci sembra anche di scorgere con chiarezza il neppure tanto dissimulato intento di farci propendere per una direzione o per un’altra.
Con alcuni rischi anche non secondari. Ogni giorno veniamo bombardati da dati negativi, da indici scoraggianti e non ci rendiamo neppure più conto che quando non eravamo immersi in questo flusso, molte cose erano assolutamente simili. Se dal 2008 ad esempio, la nostra capacità di consumare e di produrre si è contratta in termini a due cifre percentuali, dovremmo per questo farci prendere a da una bulimia sociale per rassicurarsi o approfittare della non certo esaltante novità per razionalizzare comportamenti, scelte, desideri?
Quando sentiamo dire che la disoccupazione giovanile è al 42 per cento tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, nessuno si è mai reso conto che l’obbligo scolastico nel nostro paese è sempre a sedici anni? Dunque perché reiterare un dato che dovrebbe escludere i quindicenni e perciò stesso modificarlo rendendolo più coerente con la realtà?
“Ah, la statistica, che bella scienza che tutto calcola con diligenza! Divide et impera, matita e carte, ti spacca gli uomini da parte a parte, principi servi, io, tu… chi più chi meno, chi meno chi più, recitava una simpatica e burlesca canzone di Pippo Franco qualche anno fa!” 

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