Presunzione
di Roberto Mostarda

Uno stato di diritto si riconosce quando la posizione del singolo e delle formazioni sociali in cui si articola la sua vita, sono caratterizzate da un insieme di diritti e di doveri precisi ma, anzitutto dalla posizione che l’amministrazione dello stato, quella della giustizia in particolare, assume nei confronti del cittadino, cioè di colui che ha la titolarità di quei diritti e quei doveri: la convinzione che il titolare di diritti e doveri sia da considerare corretto e coerente con essi sino alla prova del contrario.
In sostanza si presume la sua non colpevolezza o innocenza sino a che non sia provata la sua responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio e sulla base di documenti di prova incontrovertibili.
La parola che abbiamo scelto ha diverse accezioni e possibili significati ma la nostra attenzione si pone soprattutto su quello che riguarda il rapporto tra cittadino e stato.
Andiamo con ordine. Presunzione viene dal latino “praesumptioonis” e indica l’atto del presumere.
Con il che si indica ad esempio un’argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati. Ancora la fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato; o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante. In senso letterario si fa riferimento anche all’ardire, all’audacia. Nella religione si vuol intendere il peccato che si oppone alla virtù della speranza in quanto ripone nell’uomo la capacità di raggiungere la salvezza eterna, senza il concorso della grazia.
Il significato che ci appare più calzante, nella realtà italiana, è quello del linguaggio giuridico e giudiziario. Si sente parlare spesso di presunzione d’innocenza (derivato dalla tradizione giuridica anglosassone) per cui chi sia accusato di un crimine è da ritenersi innocente finché non sia stata confermata (a seguito di un regolare processo) la sua colpevolezza. Si indica come presunzione legale quella che si configura quando la legge stessa indica le conseguenze che si devono trarre in via induttiva dalla prova di determinati fatti; in particolare si parla di presunzioni assolute o de iuris et de iure (cioè, «del diritto e sul diritto»), se non ammettono prova contraria; relative, o iuris tantum (cioè, «soltanto del diritto»), quelle che dispensano dalla prova coloro cui giovano, ma possono essere superate attraverso prove contrarie da parte di chi ha interesse a contestarle; e via dicendo.
Tornando al primo significato, quel che sembra una conquista naturale ed acquisita se non si voglia rimanere alla legge del taglione o ad nutum di qualche potere, manifesta tutta la sua precarietà nel sentire comune e nel modo nel quale sostanzialmente si svolge il rapporto processuale e, prima ancora, quello tra indagato e pubblico ministero.
Non vi è in questo assunto alcuna critica sul concreto svolgersi della dinamica processuale che esula dal nostro ragionamento, ma piuttosto su come la realtà che entra e viene analizzata in un procedimento molto spesso venga condizionata da elementi ad esso estranei e sovente legati all’alternarsi nel sentire comune di sentimenti e atteggiamenti.
Per essere più chiari, quel che deve essere consentito in un sistema altamente garantista e democratico: avere la chiarezza degli addebiti e la possibilità di contestarli con i dovuti strumenti legali, non appare la condizione normale. E’ assai più frequente che esista una tesi formulata nel corso delle indagini e che si operi perché essa venga dimostrata anche contro la logica e le strumentazioni probatorie. E’ un riflesso condizionato che nasce da due considerazioni: l’indagato viene considerato sostanzialmente presunto colpevole e la sua posizione viene come cristallizzata in un disinvolto uso che si fa delle informazioni processuali attraverso i canali dell’informazione. Si dirà ma la comunicazione ha i suoi diritti: questo è ovviamente un assioma. Meno lo è l’impiego spregiudicato di informazioni sensibili date in pasto all’opinione pubblica, prima ancora che esse assumano forma e sostanza di elementi processuali. Non altrimenti si spiega che sempre più spesso i tribunali e i collegi giudicanti si trovino a smontare ricostruzioni accusatorie e ad assolvere: accade in primo grado e in appello se non in Cassazione.
Una riflessione su questo andrebbe fatta sia in campo giuridico che in quello dell’informazione.
Il ragionamento si lega anche alla sottile e bizantina analisi che si fa delle posizioni processuali che riguardano personaggi politici. Dopo tangentopoli e dopo il periodo giustizialista, si da per assodato che il politico sia necessariamente corrotto, colpevole e criminale. E questo senza che neppure vengano aperti procedimenti o formulate accuse. Di più si assiste alla relativizzazione delle posizioni a seconda della coloritura politica. Così se si è di una certa area (diciamo moderata) si è colpevoli per definizione, mentre se si è “progressisti” vale la presunzione di innocenza e l’aver agito per fini etici e solidali. Tutto questo è ovviamente una finzione ma viene vissuta come un principio reale. Così personaggi non indagati ma condannati ancorché in primo grado restano orgogliosamente al loro posto (anzi, se ex magistrati chiedono e ottengono sospensive dai Tar) o si candidano a cariche politiche successive, mentre se si tratta di voci, insinuazioni che non si trasformano però in avvisi di garanzia, si spinge per dimissioni “in spirito di servizio”! Gli episodi non mancano e la sensazione di una vergogna che andrebbe eliminata diviene sempre più evidente.
E poiché si è garantisti: è bene che per tutti nessuno escluso valga la presunzione di innocenza. Per la legge ma anche nel teatro mediatico e che si eviti la confusione dei due piani: il danno è per tutti! E la storia dimostra che sovente vale l’adagio di James Bond: mai dire mai!

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