Parità
di Roberto Mostarda

E’ difficile trovare una parola così apparentemente semplice nel suo immediato significato e tanto complessa concettualmente nell’analisi sociale, politica, filosofica. Storicamente assistiamo a diversi sviluppi e gradazioni di quello che dovrebbe essere un valore universale e senza gradazione.
Proviamo ad andare con ordine.
La parola deriva dal vocabolo antico paritade che a sua volta discende dal latino parĭtas. In sostanza indica il fatto di essere pari; cioè il rapporto di uguaglianza o di equivalenza fra due o più cose o soggetti. Nel gioco e nello sport indica quando un incontro si conclude con uguale punteggio, con risultato cioè pari. Nel linguaggio economico delinea soprattutto il rapporto fra i valori di due monete, o meglio di due unità monetarie, di paesi diversi, e quindi il valore di una moneta in unità dell’altra; nel passato in modo accentuato, oggi con valore diverso esiste la parità aurea, cioè il contenuto di oro fino di una moneta, o il valore in oro del biglietto che veniva fissato ufficialmente e serviva di base per la valutazione dei cambî con l’estero quando era in vigore il sistema dei cambî fissi. Si dice anche parità del potere d’acquisto rispetto al rapporto tra i poteri d’acquisto sul mercato interno di due monete di paesi diversi.
Molti altri sono i significati soprattutto tecnici nella scienza fisica, in informatica e nelle telecomunicazioni.
Quel che però suscita maggiore interesse, nei rapporti umani è il valore di uguaglianza al quale si fa sovente riferimento e che riguarda i rapporti tra persone di diversa estrazione, di diversa origine, al genere umano nel suo insieme.
Qui ci si trova al nocciolo di una questione che nella storia dell’uomo ha visto evoluzioni, recessioni, sviluppi, regressioni in un continuo alternarsi di valori o supposti tali. La storia degli ultimi secoli e quel che sta accadendo nel rinnovarsi di odi religiosi o politici camuffati con idee religiose, fa capire quanto il cammino sia assolutamente difficile e accidentato e le conquiste fragili e relative!
Il senso precario del concetto di parità sta proprio nella necessità di parlarne, delinearne il senso compiuto, stabilire che cosa significhi o debba significare in ogni ambito nel quale si pone. Si osserva che tutti gli esseri umani sono eguali tra loro e dunque si devono trovare in uno stato di parità uno con l’altro ma da secoli assistiamo al tentativo di qualcuno di definire i rapporti con qualcun altro delineando i contorni di una parità che in sostanza viene negata in radice. Se siamo tutti pari, come è regola etica e naturale prima ancora che legale, non dovrebbe esistere alcuna necessità di definirla.
E, invece, in ogni ambito è frequente misurarsi con la distanza che esiste tra le affermazioni di principio e la reale condizione “di parità”. Un divario che si attaglia a questioni di etnia, di come la storia ha forgiato e costretto i rapporti tra i popoli, le loro culture, ai frequenti tentativi di sopraffazione fondati non su parità ma su “superiorità” presunte e false ma soprattutto preconcette, autoreferenziali e in buona sostanza “ottuse”, illogiche e senza alcun fondamento.
L’ambito nel quale lo stridore è più marcato è certo quello dei rapporti tra i sessi, dove del resto negli ultimi decenni si è incentrata la battaglia per la parità delle donne nei confronti degli uomini. In molti casi, soprattutto in occasione della celebrazione dell’8 marzo, diamo per scontata un’eguaglianza e una parità che ne dovrebbe essere manifestazione evidente, come se si trattasse di qualcosa di ontologico, logico e dunque naturale e naturalmente applicabile. Nulla di più errato e ingannevole. La vera parità è soltanto quella che non ha aggettivi e non deve avere riferimenti “a” o “per” qualcosa che ne deve sancire la verità! Dunque basta poco per accorgersi di come siamo ancora lontani, soprattutto nei paesi che riteniamo più avanzati in campo sociale, da questo legittimo e auspicabile obiettivo. Non c’è nulla di “naturale” dunque, nel senso che per secoli si sono supposte e indicate le ragioni non già di una differenza che è sì ontologica o ontologicamente definita, ma di una parità che non si riteneva ovvia basandosi su condizionamenti, pregiudizi, comodi alibi fondati su credenze scritte da chi voleva avere la prevalenza, nel caso specifico, il genere maschile. Oggi si avverte il senso della reale parità (i suoi contorni reali sono percepibili), ma culturalmente e nel sentire comune sono ancora molti i limiti e i preconcetti da superare. Soprattutto perché insiti nelle coscienze, non già nelle regole, nelle norme, nelle leggi che codificano le parità da raggiungere!
Ancora una volta ci troviamo di fronte al concetto di parità riferito a qualcosa, a qualche specifica, a qualche predicato che deve indicarla. Non si attacca cioè il vero nodo la necessità di percepirla in quella che dovrebbe essere la sua disarmante semplicità!
Altrimenti accade e non raramente, che in nome della parità malintesa, si tenti comunque di ricreare condizioni di disparità per riaffermare i diritti alla parità di questo o quello! Una contraddizione dalla quel è difficile uscire ma dalla quale è necessario uscire!

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