Dialettica
di Roberto Mostarda

Partiamo dal significato letterale. Si definisce dialettica la tecnica e l’abilità di presentare gli argomenti adatti a dimostrare un assunto, a persuadere un interlocutore, a far prevalere il proprio punto di vista su quello dell’antagonista. Il sostantivo femminile deriva dal termine greco διαλεκτική al quale si aggiungeva sempre infatti la parola (τέχνη), ossia tecnica.
Inevitabile il valore filosofico, nel corso delle epoche e delle scuole che si sono confrontate. Così, nel pensiero antico, è in genere l’arte dialogica, come metodo di dimostrazione mediante brevi domande e risposte (adoperato da Socrate in contrapposizione ai lunghi discorsi dei sofisti). In Platone, è sia il processo interiore che conduce ai concetti più generali e ai principî primi della realtà intelligibile, sia l’arte di dividere le cose in generi e specie, di classificare in concetti per meglio progredire nell’analisi. In Aristotele, parte della logica, intermedia tra l’analitica e la retorica, che studia le forme argomentative imperfette, da cui si traggono conclusioni soltanto probabili e non rigorosamente necessarie.
Nel pensiero medievale, la dialettica s’identifica con la logica e diviene una delle arti del trivio, insieme con la grammatica e la retorica.
In epoca più vicina a noi, con Kant, si parla di dialettica trascendentale o «logica dell’apparenza» ed è la teoria degli errori naturali dello spirito umano, che si illude di poter determinare, sul solo fondamento di ragionamenti teorici, la natura dell’anima, del mondo e di Dio, e cade invece in inevitabili, inestricabili contraddizioni. Nell’idealismo post-kantiano e per Hegel in particolare, la dialettica è la natura stessa del pensiero che si sviluppa secondo proprie leggi ma in modo conforme allo sviluppo della realtà anzi rappresentandone la struttura stessa; è quindi movimento e sviluppo che da un concetto astratto e limitato (affermazione o tesi) passa al suo opposto (negazione o antitesi) per giungere a una sintesi (negazione della negazione) che conserva elementi fondamentali dei precedenti e opposti momenti, i quali peraltro non sarebbero mere astrazioni concettuali bensì pensieri concreti, determinazioni storiche, effettive formazioni culturali, sociali.
Nel pensiero moderno, e anche nel linguaggio comune (in diretta connessione con le accezioni che il termine ha avuto nel pensiero filosofico), il processo risultante dalla lotta o dal contrasto di due forze o, più spesso, gioco di forze contrastanti che collidono e si ricompongono incessantemente. Il termine è inoltre usato (per es. nel linguaggio della critica) per indicare quell’argomentazione che giustappone idee opposte o contraddittorie e generalmente tende a far giungere tale conflitto a un qualche esito, che si presume necessario e inevitabile.
Guardando all’analisi di ogni giorno, allo scenario nel quale ci muoviamo, sia in ambito internazionale che nazionale, ci si rende conto di come la dialettica nelle accezioni che abbiamo visto, sia pressoché assente o ipotetica.
In campo internazionale, assistiamo sempre più alla dinamica della forza, tanto più si cerca di sviluppare un dialogo, appunto una dialettica, costruttiva tra due parti contrapposte, tanto più sembra prevalere la logica del sopruso, del fatto compiuto. Pensiamo a quanto accade nel deserto iracheno o tra le sabbie della Libia, lontano dalla nostra visione occidentale ed europea, ma anche a quanto sta accadendo nella zona orientale dell’Ucraina. In tutti questi casi la parola è lasciata alle armi, alla forza, alla violenza prevaricatrice e la dialettica sembra incapace anche di porsi come alternativa nella ricerca di un equilibrio pacifico.
Se ci volgiamo alla realtà italiana, la confusione è ancor più accentuata e se possibile (spesso trattandosi di temi cruciali e delicati che investono la quotidianità e le speranze del paese) scoraggiante. Il dialogo sembra merce rarissima, tutto viene coperto dal rumore fisico oppure on line. Ognuno millanta la propria posizione con espressioni apodittiche e trancianti, svilendo e offendendo gli interlocutori. Poi nel segno dell’ipocrisia più farisea ci si siede a trattare con lo stesso interlocutore, spiegando il tutto come eccessi di retorica e di scontro politico!
E’ legittimo il sospetto che invece tutto quel che vediamo sia solo il segno di una decadenza civile e di un imbarbarimento progressivo, agli antipodi di quell’atteggiamento conciliante e comprensivo che costituisce l’essenza della dialettica pur destinata a veder prevalere una posizione sull’altra. Ma qui siamo nel regno della civiltà. Il cammino è dunque arduo e impervio, le capacità dialettiche elemento recessivo e sempre più difficile da scovare!

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