Emergenza
di Roberto Mostarda

Il termine che abbiamo scelto potremmo dire che connota la vita del nostro paese come una costante. Viviamo in continua emergenza, un'emergenza dopo l'altra, non si può programmare in stato di emergenza, rinviamo le scelte a dopo l'emergenza. Da decenni ormai e, nelle circostanze presenti, stiamo facendo indigestione di emergenze.
Che cosa indica dunque questa parola? E' la circostanza imprevista, l'accidente, e, sull'esempio dell'inglese emergency, la particolare condizione di cose, un momento critico, che richiede un intervento immediato, soprattutto nella locuzione "stato di emergenza". L'espressione, diciamolo come premessa, non ha un preciso significato giuridico nell'ordinamento italiano, che, in situazioni di tal genere, prevede invece lo stato di pericolo pubblico.
Più ampiamente emergenza fa riferimento al verbo relativo e indica in sostanza l'atto dell'emergere; in senso concreto ciò che emerge. Le declinazioni sono pressoché vastissime, come in botanica, dove distingue la protuberanza della superficie del fusto o delle foglie e organi omologhi (di forma e funzione diverse secondo la specie), che può originarsi non solo dall'epidermide, ma anche dai tessuti sottostanti, come gli aculei delle rose e dei rovi, i peli ghiandolari di alcune piante carnivore. Se guardiamo ai beni storici e culturali, si definisce così l'affioramento, il venire in luce di reperti archeologici, artistici, ambientali.
Il senso più frequente e comunque quello che viene percepito con maggiore chiarezza è quello di circostanza imprevista e di accidente come dicevamo prima. E dunque di condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato. Ecco allora che vediamo apparire il significato di emergenza umanitaria, di tragica attualità, ossia situazione di emergenza determinata dalle gravi condizioni patite dalle popolazioni civili stanziate in zone di guerra e dai profughi costretti, a causa del conflitto, a lasciare le loro abitazioni. Ancora nel linguaggio giornalistico si usa per descrivere una situazione di estrema pericolosità pubblica, tale da richiedere l'adozione di interventi eccezionali, pensiamo a quella della droga, alla mafia, all'occupazione.
Non è facile discernere, se non per pochi ma chiarissimi casi, il confine dell'emergenza, dove cioè un atto, una circostanza esce dalla normalità e deborda appunto in stato di particolare difficoltà. Certo le crisi internazionali, la dove si combatte una guerra strisciante, come accade in Ucraina, Medio Oriente, in Libia, in Nigeria, sono casi di emergenza soprattutto per gli aspetti umanitari e per i fenomeni che esse generano. Qui non vi sono molti dubbi anche se la diplomazia internazionale sovente ci ha abituato a definire di emergenza una situazione similare, soltanto quando – esperiti gli strumenti di dialogo, incontro e altro del genere – esplode la crisi in modo ingovernabile e ci troviamo in emergenza. A posteriori si dirà, il copione è sempre lo stesso, che si poteva fare diversamente, si doveva agire subito, si dovevano prendere provvedimenti in questo o in quel senso, ma sempre a posteriori e queste analisi soprattutto non aiutano a risolvere quasi mai casi similari.
L'esperienza di emergenze, dovrebbe invece costituire una vera e propria branca del sapere, ma poiché se ne parla solo in emergenza, torniamo al punto di partenza!
Se guardiamo poi alla nostra realtà italiana, scopriamo un altro significato. Si dice a volte nella saggezza popolare che siamo il paese dove il provvisorio diventa definitivo. E' questa la chiave di analisi. La nostra emergenza sembra essere la cifra interpretativa della vita nazionale. Condita spesso dalla considerazione che "soltanto nelle emergenze, diamo il meglio di noi stessi" e così via. Accade però che questa incapacità di programmare interventi, azioni positive in una o nell'altra direzione, sembra troppo spesso divenire comodo alibi per non decidere mai cosa sappiamo benissimo si deve fare per risolvere un problema, prima che degeneri in emergenza.
E, ancora, e questo è il terreno peggiore dove si misura l'abisso etico che si riesce a raggiungere, l'emergenza diviene occasione di profitto per qualcuno che su di esse e, dunque, sulla pelle degli altri, specula e costruisce affari. Lo abbiamo visto molto spesso in ogni passaggio della disastrata sequela di emergenze attraversate dal nostro paese e, plasticamente, nella notte dell'ultimo terremoto in Abruzzo!
La lezione avrebbe dovuto essere salutare, ma eventi successivi hanno dimostrato che non è servita a granché! Purtroppo.

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