La parola della settimana

Autonomia
di Roberto Mostarda

Un vocabolo che da sempre è al centro di molti dibattiti politici, amministrativi, sociali. Per alcuni un toccasana ovunque e comunque, per altri la rovina o la risposta errata ai problemi che si voglio affrontare. Come sempre, potremmo dire, in medio stat virtus... forse!

La parola è autonomìa, termine che viene dal greco αὐτονομία, letteralmente, anche se in modo superficiale, legge da sé (autos è un pronome che indica se stesso, nomia è legata al nomos, ossia alla legge, alla norma.  Secondo il dizionario, in senso ampio, indica la capacità e facoltà di governarsi e reggersi da sé, con leggi proprie, come carattere proprio di uno stato sovrano rispetto ad altri stati. Con riferimento a enti e organi dotati d’indipendenza, il diritto di autodeterminarsi e amministrarsi liberamente nel quadro di un organismo più vasto, senza ingerenze altrui nella sfera di attività loro propria, sia pure sotto il controllo di organi che debbono garantire la legittimità dei loro atti. E’ quel che accade con riferimento agli enti pubblici,per i quali si distingue quella normativa, consistente nel diritto di emanare norme proprie; finanziaria, come facoltà di stabilire da sé le entrate e le spese; di bilancio che comporta l’esistenza di un bilancio proprio; di gestione ovvero facoltà di dirigere da sé la propria attività, almeno sotto l’aspetto tecnico. 

Nella cornice di uno stato, si parla di autonomia locale, ossia quella che lo stato riconosce agli enti territoriali minori (comuni, province, regioni, detti essi stessi, correntemente, autonomie locali) e che comprende, oltre alle forme di autonomia comuni agli altri enti pubblici, anche la facoltà di adottare un indirizzo politico e amministrativo indipendente da quello dello stato e dei suoi organi centrali. 

La parola indica anche l’essere, il dichiararsi autonomo. In particolare si ha allora l’autonomia sindacale, la libertà rivendicata dai sindacati di svolgere la propria attività senza subordinazione alle forze politiche e al governo; collettiva, nel diritto del lavoro, sinonimo di autodisciplina). In questo ambito si è anche parlato negli anni di autonomia operaia o della classe operaia come nel linguaggio politico e sindacale, ad indicare l’affermazione ideologica e l’azione rivendicativa compiute dai lavoratori al di fuori dei partiti e dei sindacati, nonché, in senso polemico, le varie forme di comportamento sociale che dovrebbero esprimere la protesta della classe operaia (rifiuto della catena di montaggio, sabotaggio della produzione, scioperi selvaggi, ecc.).

Prosegue il dizionario, negli anni ’70 del Novecento, si è utilizzata per la denominazione di gruppi e associazioni politiche che hanno inteso manifestare tale intransigenza con atti talora arbitrari o violenti (autoriduzioni, spese proletarie, ecc.). Nel linguaggio comune con il vocabolo si delinea la facoltà e capacità del singolo di regolarsi liberamente; la capacità di provvedere da sé alle proprie necessità. Per estensione, anche indipendenza, libertà di agire.

IL vocabolo ha significato anche in filosofia con riferimento all’etica (o assoluta autonomia), il potere del soggetto di dare a sé stesso la propria legge. Nel linguaggio militare si parla di autonomia logistica ovvero la capacità di vivere e di combattere per un certo periodo di tempo, anche in caso d’interruzione delle normali correnti di rifornimento. 

Ancora, occupandosi di impianti, di macchine, la si usa per indicare la capacità di funzionare compiendo il proprio servizio per un periodo di tempo più o meno lungo senza rifornimento di energia o di materiali che forniscano l’energia occorrente per il funzionamento. Come accade ad esempio nei mezzi di trasporto, intendendo la lunghezza del percorso che essi possono compiere senza attingere a una sorgente esterna di energia: l’autonomia di un aeromobile, che può essere espressa in ore o in chilometri o miglia.

Nella nostra quotidianità, alla quale finiamo per riferirci, il dibattito sulle autonomie è in atto nel paese praticamente dalla nascita della Repubblica (senza contare il sistema vigente nel regno d’Italia) e discende dalla scelta di unitarietà dello Stato e al tempo stesso dalla necessità di rendere più armonico il governo della cosa pubblica con potestà riconosciute agli enti intermedi più vicini al cittadino e alla società. Non serve neppure ricordare le battaglie senza fine che portarono alla nascita delle Regioni (quelle a Statuto speciale di rango costituzionale) e quelle ordinarie come articolazioni dello Stato ma con poteri da esso trasferiti via via su ambiti sempre più vasti e incidenti sull’amministrazione dei territori. Per qualcuno si è trattato della moltiplicazione per venti dei difetti dello Stato centrale, per altri di un tentativo di disarticolare il Paese.

In questi mesi di governo gialloverde il tema è divenuto cruciale e di scontro tra leghisti e cinquestelle. I primi, ricordando la Padania, alla ricerca di una marcata autonomia locale e finanziaria che avrebbe in sé il rischio di una deriva federale; i secondi, dopo aver sostenuto il loro essere cittadini, sempre più espressione del potere centrale. Una delle tante contraddizioni senza soluzione sulla strada del contratto di governo del cambiamento nel quale si segnalano più pulsioni stataliste che aneliti di autonomia. Un confronto che oltretutto ha in sé il pericolo di un ulteriore divisione tra parti del paese, con un nord sempre più centroeuropeo e un sud in gravi difficoltà. Con l’ulteriore rischio dello spezzarsi di quella solidarietà di fondo che nel corso dei decenni ha permesso anche qualche evidente riequilibrio in ossequio al disegno complessivo di un paese che vuole cercare di andare avanti tutto insieme. Cosa accadrà, se il governo continuerà a sopravvivere? Avremo autonomie differenziate in un paese già ampiamente differenziato quasi a macchia di leopardo? Un insieme di particolarismi dove lo Stato è solo una cornice. Oppure un rafforzamento del potere statale in alcuni precisi settori come politica internazionale, difesa, economia, istruzione, ricerca e via dicendo, ovvero laddove il valore e il peso dell’unità fa premio e consente al paese di andare avanti. Nessuno lo sa, forse neppure coloro che ne parlano da decenni. E gli italiani .... stanno a guardare!

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.