La parola della settimana

Assassino
di Roberto Mostarda

E’ una delle parole più usate, abusate e spesso utilizzate senza conoscerne esattamente il significato, ma attribuendole al contrario un preciso valore: quello di chi toglie la vita ad un altro essere umano o animale; altamente dispregiativo e spesso viene anche usata per marchiare il destinatario di infamia.

Il recente fatto tragico di cronaca avvenuto a Roma ai danni di un giovane carabiniere che ha perso la vita per la furia incontrollata di due giovani turisti statunitensi, richiama all’analisi, triste e a malincuore, di questo termine. Una riflessione che sembra peraltro drammaticamente attagliarsi al profilo dei due responsabili.

Il vocabolo italiano è probabilmente mutuato dall’arabo “Ḥashīshiyya”, con il quale si identificavano coloro che erano «dediti al hashīsh», ovvero facevano uso di sostanze stupefacenti abitualmente, come è la denominazione occidentale riferita ad una setta musulmana estremista e terrorista con cui vennero a contatto i crociati in Siria nel 12° e 13° secolo. 

Questo gruppo estremista è una diramazione degli eretici ismailiti che si impiantarono sulla fine dell’11° sec. in Persia (l’odierno Iran), ciecamente obbedienti agli ordini di un loro capo politico-religioso (‘Veglio della Montagna’ o ‘Gran Maestro degli Assassini’), seminando il terrore con una serie di attentati e altre violenze in Siria, Palestina e Mesopotamia. Tra le loro vittime vi furono personaggi di rilievo dell’epoca come il visir selgiuchide Niẓām al-Mulk, Raimondo I conte di Tripoli e Corrado marchese di Monferrato. Verso la metà del 13° sec. l’attività della setta fu stroncata dai Mongoli di Hūlāgū.

La parola attuale indica chi assassina, chi si è reso colpevole di un assassinio. Come aggettivo si usa per dire ad esempio, il pugnale assassino, la mano assassina,intendendo quelli che sono stati gli strumenti di un assassinio, oppure usati da chi ha compiuto il delitto. Nella lingua antica, indicò più propriamente chi uccide per denaro o per ordine d’altri, quindi il sicario. Con questa accezione lo troviamo anche in Dante: “Io stava come ’l frate che confessa Lo perfido assessin.

Ancora si indica con questo termine chi danneggia persone o cose, per malvagità o per inettitudine; o anche come titolo ingiurioso, equivalente a malvagio, scellerato. Come aggettivo ancora si dice ad esempio mestiere assassino riferito ad un lavoro pesante che ammazza di fatica e dà scarso profitto; si parla anche di occhi, di sguardo assassini, volendo intendere seducenti.

Tornando al fatto di cronaca che ha mosso questa riflessione appare tragico ma anche estremamente agghiacciante il comportamento di questi giovani occidentali in vacanza, alla ricerca o probabilmente sotto effetto di droghe (a stabilirlo saranno le indagini e l’inchiesta giudiziaria sull’accaduto), che sembrano essere perfetta incarnazione dei significati che abbiamo delineato. In primo luogo l’abituale uso di stupefacenti, in secondo luogo l’arma usata per uccidere il militare dell’Arma, in terzo luogo la becera ed infima azione, una spregevole e dissennata reazione dinanzi ad una persona disarmata, con l’aggiunta dei futili e criminali intenti. Il militare era in borghese e questo aggrava il comportamento mostrando come la reazione dei due sarebbe stata comunque offensiva verso chiunque. L’abiezione dei motivi addotti, una truffa per acquisto di droga, non giustifica la reazione e tanto meno la ricerca di attenuante dovuta al fatto che i due non sapessero chi avevano davanti. Girare armati di coltello atto ad offendere non è comportamento conforme a quello di due giovani in vacanza e la ricerca di droga aggiunge un ulteriore elemento negativo.

Da sottolineare anche come una reazione istintiva e d’impeto, come presumibilmente si potrebbe ipotizzare come linea difensiva, frutto di apprensione o di paura, ma si concilia con la ferocia e con il numero delle coltellate inferte a persona disarmata e già a terra colpita più volte. Come sottolineano sia la criminologia, sia la medicina legale la forza necessaria per ferire con una lama un essere umano, si concentra nei primi due/tre colpi. Dal quarto fendente in poi quel che emerge è o una volontà assassina o l’azione condizionata da qualche elemento che ottunde l’intelletto e rende incontrollata la propria condotta. Essendo in due gli aggressori, solo uno dei quali avrebbe colpito il carabiniere e ferito il collega, l’inazione dell’altro si qualifica come ulteriore evidente incapacità di controllo di sé e degli altri.

Comunque si giri la vicenda, qualsiasi tipo di pseudo motivazioni si vogliano adottare, resta una sequela di atti feroci, inumani e privi di coscienza e capacità di controllo. Solo che lo stato allucinato non è esimente, girando da turisti con una lama di ben oltre dieci centimetri, quindi proibita, quindi illegale. E con l’evidente volontà di utilizzarla per scopi anche abietti.

La difesa sarà quella di mostrare due giovani che si sono lasciati trascinare dall’ira per una truffa ai loro danni (per acquisto di droga è bene ricordare sempre) e che meritano una seconda opportunità e che verranno trattati (speriamo di essere smentiti dai fatti) come due statunitensi da riportare in patria e sottrarre alla legge del paese dove hanno commesso il delitto. In sostanza il delitto rischierebbe di essere secondario nella vicenda e la vita del povero militare un effetto collaterale!

La civiltà giuridica e il dolore di una donna, moglie da poco più di un mese, meritano rispetto ed è auspicabile che a lei e alla memoria di suo marito non siano aggiunte ulteriore offese. Il carabiniere è e resterà una vittima nell’esercizio del suo dovere. I due giovani che hanno partecipato al suo omicidio, due assassini. Senza se e senza ma!

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