La parola della settimana

Zibaldone
di Roberto Mostarda

Appare sempre più difficile districarsi nell’analisi di quanto sta accadendo nel governo del nostro paese mentre appare altresì chiaro che l’azione dell’esecutivo si segnata da ripetute e accentuate fasi di scollamento, disorganicità e confusione, in barba al famoso contratto che tutto spiegava di quel che occorre al Paese. E la difficoltà sta nel discernere gli elementi di coesione da quelli di distanza tra i due alleati, uno dei quali appare sempre più in crisi di nervi.

La parola che sembra descrivere la situazione, allora, è senza dubbio zibaldone. La sua derivazione secondo il dizionario viene da unavoce onomatopeica e per alterazione di zabaione. Quest’ultimo termine indica una vivanda composta di molti e svariati ingredienti. Un significato quello di zibaldone che in modo estensivo vale come mescolanza di cose diverse; mucchio confuso di persone. In letteratura peraltro in forma antica con zibaldone si indicava anche lo scartafaccio in cui si annotano, senza ordine e man mano che capitano, notizie, appunti, riflessioni, estratti di letture, schemi, abbozzi, e via dicendo di confusione in confusione.

Di essa si parla anche in termini teatrali riferendosi ad esempio nella commedia dell’arte  all’insieme di «scenarî» di uno o più autori che costituiva il repertorio di una compagnia. Esiste poi come sempre anche una declinazione negativa e dispregiativa riferendosi ad uno scritto, ad un discorso, ad un’opera privi di unità, di coerenza e di ordine, composti di elementi eterogenei.

E’ dunque a questa ultima versione che dobbiamo fare riferimento per affrontare con la parola la realtà che ad essa sottende. A meno di non ritenere ad esempio che il famoso contratto sia descrivibile come scartafaccio e non come quello che si vorrebbe, cioè un ampio e ragionato compendio delle azioni principali e prioritarie del governo così come descritte da premier e vice premier o da ministri e sottosegretari nel concreto agire quotidiano o in parlamento.

Resta il fatto che ad un anno dall’inizio dell’esecutivo, nonostante alti proclami e roboanti affermazioni di rinnovamento il paese avverta che qualcosa non funziona come dovrebbe. Le misure che vengono indicate come risolutive della crisi nazionale non attecchiscono, interventi spot sembrano delineare mutamenti ontologici che non si riscontrano neppure in fase di avvio e soprattutto assistiamo ad uno sfaldamento di quello che nel 2018 appariva come un’indistinguibile ma corposa novità politica: il movimento cinquestelle. La realtà alla quale i cittadini sembravano rivolgersi in nome dei principi di onestà, serietà, lotta alla corruzione, sblocco dei mille legacci che impediscono al paese di imboccare una nuova fase di sviluppo e crescita. Poco più di 365 giorni dopo l’impatto con la realtà sembra essere devastante non per i princìpi ma per il concreto agire dei responsabili locali e nazionali del movimento. Le idee sono ancora lì ma lo iato che si evidenzia con le realizzazioni e il mantenimento delle promesse appare tanto vasto da risultare difficilmente colmabile. Peraltro la manifesta non capacità politica e programmatica che emerge da molti dei comportamenti di dirigenti e leader indica una prima risposta: pur nel confuso nostro paese, una classe dirigente non si improvvisa, soprattutto quando quella precedente ha evidenziato i nodi, le carenze, i problemi concreti che si affrontano con i cittadini, le loro esigenze.

Annunciare dunque la nuova stagione radiosa dove tutto sarà risolto dopo il vaffa e in un “fiat” come verrebbe da dire non soltanto non rincuora cittadini già provati e sfiduciati ma mostra come ogni tentativo della politica di riaffermare la propria centralità evidenzi la distanza ancora da compiere. Un dato  che unito alla nuova ondata che investe la magistratura al suo interno non aumenta il senso di aderenza e di fiducia nelle istituzioni.

Affiora dunque la sensazione che più che di uno zibaldone inteso come mescolanza di diversi ancorché distinguibili, quella alla quale siamo dinanzi sia una maionese impazzita dove nulla è come sembra e nulla appare per quello che è!

Non lo è il movimento grillino che forse dovrebbe porsi la domanda su che cosa sia realmente in questa fase e che cosa vorrebbe essere. Ovvero un movimento che si fa partito o un partito informe che vorrebbe ritornare movimento? In entrambi i casi qualche cosa che non va d’accordo con le responsabilità nazionali e internazionali. La sostanza sta che chi vuole cambiare i costumi di una società non lo può fare con furia iconoclasta, giustizia sommaria, ukase o ostracismi a ogni piè sospinto. E’ un’arma a doppio taglio che si rivolge contro chi l’ha usata non appena il favore popolare rischia di scemare o di divenire più tiepido.

Non lo è neppure la Lega dove ancora non è chiaro se il nazionalismo del suo leader sia un nord che vuole sempre primeggiare sul sud o un sud che vuole colmare lacune e mettersi alla pari. O ancora se la sovranità del paese sia identificabile solo con chiusure, veti, e altre affini misure oppure di essa faccia parte anche la forza dell’incontro e dell’accoglienza nel rispetto assoluto è evidente delle leggi nazionali e internazionali.

Per carità di patria e di persone, lasciamo per ora inevasa l’analisi delle opposizioni dove il senso di inadeguatezza è, se possibile, ancora più stringente considerando il passato alla guida del paese e la sostanziale afonia attuale pur nella lodevole azione di critica e stimolo nei confronti della maggioranza. Per ora tuttavia risolti in un dialogo tra sordi o sordi del compare!

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