La parola della settimana

Ultimatum
di Roberto Mostarda

Non abbiamo esitazioni a definire la parola di questa edizione. E’ quella risuonata nelle parole del premier araba fenice del governo gialloverde che, in un soprassalto di orgoglioso richiamo al suo ruolo istituzionale ha deciso di parlare  e lo ha fatto convocando una conferenza stampa allo scopo di esplicitare il suo pensiero sulla situazione dell’alleanza dopo il voto delle europee che ha clamorosamente rovesciato i rapporti di forza tra i due componenti della maggioranza di governo, creando un ulteriore rebus politico nazionale.

Il termine è naturalmente ultimatùm. Un sostantivo maschile in grammatica di derivazione latina e classico del linguaggio diplomatico da secoli. La sua origine è nella parola del latino antico ultimus, ovvero come in italiano ultimo. La prima deduzione, logica, è che si indichi con esso ciò che arriva dopo il resto, ciò che conclude un percorso, ciò che definisce una situazione non risolvibile in termini dialettici.

Come abbiamo detto il significato più storicamente evidente è quello del diritto internazionale, nel quale si qualifica come atto giuridico unilaterale, con il quale uno stato fa conoscere a un altro stato le sue ultime proposte su di una determinata questione, e chiede al riguardo una precisa risposta. Può essere semplice - come osserva il dizionario, se non contiene alcuna indicazione circa le misure cui lo stato intende ricorrere in caso di mancata risposta, o di risposta non soddisfacente. Ancora può essere definito qualificato, se indica una delle misure che, nel caso sopra accennato, lo stato intenderebbe adottare (rappresaglia, blocco pacifico, occupazione di un territorio, instaurazione dello stato di guerra, ricorso a un organo internazionale quale il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). L’ultimatum qualificato, come è considerazione palese, costituisce una dichiarazione di guerra condizionata, se contiene l’avvertimento che, non pervenendo una risposta soddisfacente entro un termine fissato, lo stato inviante si considera in guerra con lo stato destinatario a decorrere dal termine stesso. 

Esiste poi, come sempre nel linguaggio scritto e parlato, un valore estensivo per il quale  l’ultimatum si presenta come una ingiunzione, una intimazione definitiva e perentoria che comporta, se disattesa, una punizione o una rappresaglia: gli ho dato un ultimatum si sente spesso dire; questo è l’ultimatum di un organo superiore di un’autorità sovra ordinata e via dicendo.

Tornando al nostro assunto iniziale, è una sorta di vero e proprio ultimatum quello che il premier Conte ha fatto ai maggiori leader della coalizione che lo sostiene (o dovrebbe sostenere) a Palazzo Chigi. E’ stato chiarissimo lui stesso, pur tra mille espedienti dialettici, nel dire che se non avrà in tempi brevi (pur senza indicare una data) una risposta concreta sui principali dossier sul tavolo e soprattutto la conferma della persistenza di un’alleanza di governo basata sul contratto di partenza, la sua decisione sarà quella di lasciare l’incarico di capo dell’esecutivo. Una scelta a suo modo clamorosa se riferita al soggetto e che nasce, tuttavia, all’indomani di contatti con il Quirinale giustamente preoccupato della tenuta dell’esecutivo in vista delle scadenze di bilancio e dei rapporti con la Commissione di Bruxelles che sino a ottobre sarà la stessa con la quale gli inciampi e le minacce di infrazione sono state pressoché costanti.

A motivare la scelta di parlare per così dire al popolo, la necessità di far uscire allo scoperto i due contendenti Di Maio e Salvini che peraltro non hanno mai abbandonato il proscenio, sulla questione centrale che sembra agitare i loro rapporti: il voto europeo ha mostrato una Lega in forte affermazione nazionale e i cinquestelle in caduta libera. Un quadro non rapportabile direttamente al governo nazionale ma un dato che non può che far pensare alla necessità di una verifica e di una registrazione dei rapporti di coalizione in vista di scadenze fondanti per lo stesso contratto alla base dell’alleanza.

Se sortirà l’effetto lo sapremo nelle prossime ore. Appare tuttavia evidente che il premier ancora una volta ha preso atto della situazione e non vuole rimanere schiacciato nello scontro ma costituire ove possibile come il ministro dell’economia Tria, un punto di riferimento uno snodo di ragionevolezza e pacatezza che manca ai contendenti. Troppo tardi e troppo timidamente? Forse perché i segnali del duello c’erano tutti in anticipo e quel che sarebbe successo anche senza vaticini sui voti degli italiani il cui sentire era apparso già chiaro in tornate amministrative.

Di certo una scelta a suo modo corretta per richiamare alla calma e alla necessaria dose di equilibrio gli alleati, inducendoli a trovare un terreno condivisibile per proseguire nell’ipotesi di cambiamento! Una pia illusione, anche questo è probabile e le prossime ore potranno farci capire la strada che prenderà il governo, se una strada ci sarà!

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