La parola della settimana

Ostaggio
di Roberto Mostarda

Un vocabolo, ostaggio, che immediatamente rimanda ad un contrasto, un duello, uno scontro, comunque ad una condizione di forte criticità e complessità nei rapporti tra due o più entità, persone, gruppi e via dicendo. La parola viene dal francese antico hostage che, a sua volta, deriva con molta probabilità dal tardo latino hospitatĭcum, derivazione di hospes, ossia ospite». Ed in questo, vi è anche un altro particolare riferimento al significato complessivo. Quasi a dire che la condizione di ospitalità propria del termine latino (hospes indica si chi ospita sia chi è ospitato), appare in una luce meno positiva nell’esplicazione del valore del termine che proviamo ad analizzare.

Dunque ostaggio. Con questo vocabolo si intende in genere il cittadino di uno stato nemico che un belligerante tiene in proprio potere e contro il quale minaccia di prendere determinate misure nel caso di eventuali violazioni di un proprio diritto dalla parte avversa. In particolare si parla di un abitante di un paese occupato che la potenza occupante sottopone ad arresto e detenzione per garantire, contro ogni possibile atto di ostilità della popolazione, la sicurezza delle sue forze armate e l’esecuzione dei suoi ordini. L’ostaggio diviene così anche uno strumento da utilizzare: si chiede un ostaggio a garanzia di un accordo forzato, si impone la presenza di un ostaggio con lo stesso fine; l’staggio o gli ostaggi si consegnano o riconsegnano a conclusione del duro confronto tra le parti. Ancora si possono scambiare nel tentativo di svelenire il clima. Nel diritto internazionale questa pratica, la consegna di ostaggi, è un istituto ormai in desuetudine, mentre è invece sempre più frequentemente praticata la cattura di ostaggi da parte di forze armate irregolari a scopo di intimidazione o rappresaglia, nonostante il divieto esplicito in tal senso formulato dalla Convenzione di Ginevra del 1949 sulla protezione dei civili in tempo di guerra). 

In significato estensivo si parla poi di ostaggio nell’uso comune riferendosi a chiunque sia preso e trattenuto a forza (da banditi, rapinatori, dirottatori, terroristi, carcerati, o da una fazione in lotta contro un’altra) come garanzia di incolumità o impunità, come mezzo di ricatto, o comunque per servirsene a propria difesa.

Eccoci ora al significato più prossimo, quello appena esplicitato dal premier italiano Conte all’indomani del risultato clamoroso delle elezioni europee e sui possibili riflessi di un capovolgimento dei rapporti di forza tra i due alleati gialloverdi al governo. Il presidente del Consiglio, in risposta ad alcune indicazioni cogenti fatte dal leader della Lega sul futuro del lavoro dell’esecutivo, ha affermato in modo abbastanza inconsueto a commento di domande dei giornalisti, di non sentirsi “ostaggio” del leader vincitore o di uno schema che lo vede tra i due vice premier un po’ defilato, un po’ messo in ombra dal protagonismo degli altri due.

Una prima considerazione, in qualche modo ci porta a sottolineare che la sua condizione di vaso di coccio per così dire tra quelli di metallo è un dato ontologico del’esecutivo nato dalle elezioni del marzo dello scorso anno. La laboriosa ricerca di una formula di governo che rispecchiasse il risultato del voto e tenesse conto delle perplessità espresse dal Quirinale, portò alla indicazione del docente universitario ed avvocato. Una figura eccentrica, lontana dalla politica attiva. Un pregio in ipotesi, un elemento critico nella realtà, come poco più di un anno di lavoro a Palazzo Chigi ha mostrato con chiarezza e sostanziale durezza.

Ogni passaggio cruciale di questi mesi ha visto il premier defilato e, a volte, più vicino al leader grillino (dal movimento era venuta la sua indicazione) ma, a riprova della situazione anche al lavoro per trovare un’identità propria, un ruolo istituzionale lontano per quanto possibile dalle beghe partitiche. Sfida in qualche modo compiuta su alcuni dossier internazionali, in un attività costante ma a suo modo lontana dal centro nazionale del governo dove continua ad apparire come una sorta di notaio, anche delle partite più difficile e critiche del confronto tra i due azionisti di maggioranza.

Affermare oggi, quasi un’excusatio non petita, di non sentirsi ostaggio della nuova maggioranza leghista che si delinea all’orizzonte e che fa ombra ad un esecutivo fondato sul rapporto di forza opposto, costituisce un modo elegante per non farsi schiacciare nella seconda stagione dell’alleanza che tutti vogliono mandare avanti, ma che sconterà passaggi sempre più duri con la Lega (al governo anche di tutto il nord Italia) e forte al centro e al sud, che ha già cominciato ad indicare la strada di azioni indigeste al leader grillino alle prese con la più seria crisi personale e di ruolo dall’inizio della sua marcia trionfale verso il governo. I malumori ci sono, la sensazione di arrivare ad un cambio anche. E così anche Di Maio si trova a fare l’ostaggio a suo modo in un governo dove in teoria è maggioritario, ma che nella realtà lo vede in fortissima difficoltà. Forse le parole del premier più che di se stesso parlavano della nuova singolare condizione nella quale si trova il movimento partito per cambiare il paese  senza se e senza ma e “mutato” esso stesso a contatto con l’esercizio concreto del potere. Ma di questo abbiamo detto più volte e a questo punto la riflessione è nelle cose per così dire: duri e puri si può essere ma il governo porta con sé anche realismo, pragmatismo e la necessità di fare, di scegliere. I duri e puri in questo non sono mai a loro agio e si sentono traditi dal contorno, mentre in realtà la contraddizione è in loro stessi!  

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