La parola della settimana

Trasformismo
di Roberto Mostarda

Il vocabolo di questa settimana, come molti altri, delinea significati sia positivi che negativi nella sua accezione più generale, anche se, come vedremo ha assunto una valenza negativa in campo politico e sociale. Parliamo di trasformismo, sostantivo derivato dal verbo trasformare che deriva dal francese transformisme. Con questo termine si indica la tendenza a trasformare, a trasformarsi, ovvero mutare, a cambiare il proprio stato. In particolare in biologia, è stato usato come sinonimo non più in uso per la sua valenza spregiativa, di evoluzionismo. 

Nel suo significato più sociale che politico, il termine si afferma nella pubblicistica politica italiana negli anni successivi al 1880, per indicare il processo di dissoluzione dei vecchi partiti storici italiani, Destra e Sinistra, e il loro confluire in maggioranze parlamentari, costituite non sulla base di stabili e generali programmi, ma intorno a problemi contingenti e soprattutto intorno a personalità singole di grande prestigio, le quali, attuando di volta in volta combinazioni tra i varî gruppi, finivano per essere il solo elemento stabile della vita politica: si pensi ai governi Depretis e Giolitti. 

Con riferimento alla politica contemporanea, il termine, che originariamente aveva una connotazione positiva, è stato assunto a significare, con tono spregiativo e critico comunque polemico e negativo, sia ogni azione spregiudicatamente intesa ad assicurarsi una maggioranza parlamentare o a rafforzare la propria parte, sia la prassi di ricorrere, invece che al corretto confronto parlamentare, a manovre di corridoio, a compromessi, a clientelismi, senza più alcuna coerenza ideologica con la linea del partito di riferimento.

Non è necessaria una conoscenza approfondita e neppure un’applicazione specifica per guardare in questa luce la politica del nostro paese. Finita l’epoca delle grandi formazioni del dopoguerra capaci di attrarre il consenso semplificando il quadro politico, è innegabile che sin dagli anni sessanta la tendenza indicata dal termine scelto, faccia prepotentemente ingresso nella nostra quotidianità, seguendo una linea evolutiva in progressione geometrica: quanto più si perdono i connotati politici e ideologici, tanto più si entra nella cornice di quello che, in fondo, appare più uno stato dell’individuo prima che una categoria politica o sociale.

In sostanza, ognuno nella sua vita tende a cambiare, ad evolvere a trasformarsi. Sin qui la declinazione è positiva. Dove il concetto si incrina è quando si afferma la capacità di trasformarsi, nel senso di adattarsi all’esistente. Se in termini scientifici si indica un punto a favore della salvaguardia delle specie in grado di adeguarsi ai  mutamenti, è tuttavia evidente che in termini di comportamento sociali e poi collettivi e politici, tutto questo possa denotare soprattutto la capacità camaleontica di essere sempre pronti e presenti al momento di partecipare a qualcosa modificando spesso radicalmente i propri principi, pur richiamandosi alle gradi idee e alle grandi tradizioni del passato.

La situazione nel nostro paese è paradigmatica. Nel corso dei decenni, dinanzi al mutare della società, alle esigenze mutevoli dovute allo sviluppo, alla crescita, allo spezzettarsi del consenso politico, alla difficoltà di rappresentare il paese in due o tre posizioni cardine, si è aperta una stagione trasformista che soltanto in modo generico può riferirsi al periodo di fine Ottocento al quale si deve il conio politico del vocabolo. Dire cioè che il nostro è sempre stato un paese di trasformisti - si pensi alla difficile transizione dagli stati preunitari frutto dello smembramento dell’unità politica delle penisola sino alla nascita dello stato italiano - è forse eccessivo e tautologico, ma nel contesto dei decenni in corso dopo la fine della prima repubblica certamente coglie nel segno.

Non è il segnale di una capacità di adattarsi insita nel nostro dna, ma il più evidente indicatore della confusione, delle spaccature esistenti nel tessuto sociale, economico, produttivo, a livello geografico e sociale. Si potrebbe dire che la politica interpreta il paese con ciò esimendosi dalla responsabilità, invece costante e deleteria, di incentivare i meccanismi spartitori, divisori, per gruppi, categorie, fasce. Invece la politica porta una corresponsabilità ampia che se pur fotografa la realtà dall’altra contribuisce al mantenimento delle ragioni profonde di questo costume ormai da considerare nel suo aspetto più negativo, di vero e proprio contagio. L’antidoto sarebbe nel riflettere prima di tutto sul che tipo di società si ritiene adatta al livello comunque raggiunto dal nostro paese. Senza preconcetti, senza ideologie, con sano realismo. E poi non adagiarsi fatalmente su vecchi riflessi condizionati, su teorie prive di fondamento, su generalizzazioni che non spiegano, ma complicano e avvelenano ogni tentativo di chiarezza.

Con questo abbiamo fotografato lo stato dell’arte della nostra quotidianità politica dove oltretutto è difficile identificare l’inizio e il prosieguo del trasformismo in capo a coloro che dovrebbero indicare la strada alla politica, ovvero i leader di partiti e movimenti che pretendono di rappresentarne i valori più autentici! Per usare un neologismo con riflessi tecnologici nell’era di internet. Sembriamo un paese di trasfomer più che di trasformisti. Ma la tecnologia non aiuta in questo caso, ingarbuglia ancor di più la realtà!

 

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