La parola della settimana

Garanzia
di Roberto Mostarda

Il vocabolo garanzìa (più raro garenzìagarantìagarentìa) deriva dalla parola simile francese e ci appare subito come un omnibus, ossia come un termine la cui estensione nell’uso copre un’infinità di ambiti, di significati e di settori. Guardando subito al dizionario sappiamo che con essa si indica l’atto del garantire, che si concreta nella predisposizione di un mezzo idoneo ad assicurare l’adempimento di un’obbligazione, l’esercizio di una funzione o, in genere, l’osservanza di un precetto legislativo o di un determinato impegno (nel diritto civile, anche l’obbligo che un soggetto ha di intervenire in caso di inadempimento di terzi). Una garanzia si da , si presta, la si può volere, eseguire, pretendere . Nel linguaggio giuridico in particolare si riferisce a quella costituite da ipoteca o pegno, che può avere valore personale, o patrimoniale. Nella tecnica di borsa si parla spesso di fondo di garanzia intendendo l’insieme dei titoli cauzionali depositati dagli agenti di cambio autorizzati a operare sul mercato, per garantire le obbligazioni assunte, in caso di eventuale insolvenza dipendente da operazioni di borsa;esiste poi la lettera di garanzia, nella pratica mercantile e bancaria, documento con cui si garantisce l’adempimento e l’osservanza degli obblighi assunti da altri e nascenti da contratti di natura commerciale da essi stipulati o derivanti dall’esercizio di determinate funzioni.

Salendo nell’architettura delle fonti, vi sono le garanzie costituzionali, in genere quelle offerte dalla Costituzione, sia in quanto derivano dalla struttura e dall’organizzazione dello stato moderno, con la separazione e l’equilibrio dei tre poteri fondamentali, sia relativamente alla tutela dell’esistenza e della regolamentazione di enti o istituti previsti dalla Costituzione stessa, o alla tutela di beni costituzionalmente rilevanti (quali la legittimità delle leggi e degli atti aventi valore di legge, tutela affidata alla Corte costituzionale). Immediatamente dopo si hanno quelle giurisdizionali, ovvero quelle che la legge pone a tutela della libertà e dei diritti del cittadino, assicurandogli la possibilità di essere giudicato e di adire i competenti organi giudiziari; o ancora amministrativa che si concretava nel divieto di perseguire in giudizio, senza la previa autorizzazione governativa, determinate categorie di funzionari (prefetto, presidente della giunta provinciale, sindaco) per atti del loro ufficio. In diritto internazionale, si parla di accordi di garanzia, quali intese concluse fra due o più stati allo scopo di assicurare l’adempimento di determinati impegni internazionali, o la tutela di diritti soggettivi internazionali. 

In sostanza e genericamente ci si riferisce a questa parola in varie forme di contratto, assunzione di un obbligo da parte di uno dei contraenti. Mentre in senso figurativo si intende l’assicurazione, la promessa certa, la fondata speranza dell’avverarsi di cosa futura.

Esiste poi, anche se resiste un forte pregiudizio sociale, quella che in termini giuridici si definisce informazione di garanzia (altrimenti in passato avviso di reato) con la quale le autorità giudiziarie procedenti avvertono i soggetti sui quali sono in corso indagini per le quali esso soggetto deve essere informato di quanto lo riguarda.

Qui si apre una questione delicata che investe non soltanto l’ambito giudiziario per il quale non abbiamo una compiuta sapienza, quanto quello sociale e in particolare per l’impatto sociale quello riguardante l’informazione. Qui si assiste da molto tempo ad una evidente confusione, a meno di non pensare che i termini giuridici siano usati per indorare una pillola con utilizzo di parole che incutono meno timore.

Poiché le garanzie in termini giuridici debbono valere sia in senso formale che sostanziale, un’informazione di garanzia, come un interrogatorio di garanzia, costituiscono il primo passaggio con il quale i magistrati mettono in condizioni il soggetto destinatario di conoscere gli addebiti ipotizzati nei suoi confronti, gli elementi a suffragio delle ipotesi di reato per le quali si procede. Un territorio di estrema delicatezza nel quale i giornalisti, l’informazione nel suo ambito più ampio e ormai anche gli strumenti del web, rivestono una cruciale importanza per l’effetto, l’impatto che la diffusione di determinate informazioni può comportare. Siamo in quel territorio di confine dove il dovere di informare si confronta con il diritto ad essere informati nel rispetto delle garanzie previste per il cittadino e, nel rispetto dei diritti e dei doveri previsti dalle norme costituzionali, per l’autorità che procede.

Il principio della presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva, un caposaldo di giustizia e una forte garanzia di sistema pur proclamato ad ogni piè sospinto quasi a farsene scudo, nella pratica si scontra da un lato con le esigenze istruttorie e dall’altro con la reazione sociale, politica, che determinate informazioni comportano. La disparità di posizione tra accusa e difesa, tuttora presente nelle concrete fasi procedurali, non aiuta l’equilibrio.

Il risultato è quello che da decenni vediamo definire come processo mediatico, gogna mediatica, condanna sociale e via dicendo, prima ancora che un tribunale, un collegio di giudici abbia anche soltanto mosso i primi passi. Con la conseguenza di indicare alla condanna sociale persone sulle quali ancora è tutto da stabilire se l’espressione ipotesi di reato contenuta nei provvedimenti può avere ancora un significato concreto e immanente. Purtroppo il costume è invalso sino a divenire quasi un “sistema” con il quale si fanno conti politici o di altra natura al di fuori delle garanzie giuridiche anche in casi nei quali l’allarme sociale è minimo e non rispondente al clamore  che le notizie provocano.

Siamo ovviamente in un territorio accidentato e cruciale per la giustizia e per il rispetto delle norme costituzionali a garanzia. Un ambito nel quale la funzione dell’informazione è anch’essa determinante, purché il valore sociale di essa non venga piegato via via ad interessi che con l’informazione vera non hanno molto a che fare. Troppi casi e troppe vicende ci dicono quali sono i rischi e richiamano chi fa informazione al rispetto dei doveri prima ancora che dei diritti, in un equilibrio difficilissimo ma che è anche alla base dell’autorevolezza che il mondo del giornalismo e della comunicazione in senso ancora più ampio devono avere e dove perso riconquistare. La notizia è notizia, la guerra tra bande è altra cosa e come tale dovrebbe essere descritta, consentendo sempre di identificare il dato di partenza: la notizia!

 

 

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