La parola della settimana

Revanscismo
di Roberto Mostarda

La scelta di questa settimana era in realtà caduta su un altro termine il cui normale uso aveva più a che fare con fenomeni digestivi, ossia rigurgito. Onde evitare antipatici riferimenti ed in modo estensivo si preferisce partire dal vocabolo revanscismo. Il tema sotteso a queste riflessioni fa riferimento ai numerosi e preoccupanti fenomeni socio politici che da qualche anno e con particolare recrudescenza negli ultimi tempi stanno percorrendo il continente europeo e che hanno contagiato anche il nord America: il riacutizzarsi di manifestazioni anche violente di ideologie ascrivibili a forme esasperate di nazionalismo intrise di riferimenti nostalgici nei confronti del fascismo e del nazismo.

Una serie di fenomeni sino ad ora marginali e considerati residui del passato che stanno invece segnando in molti casi la politica europea e quella dei singoli stati. Nel continente che ha dato origine ai totalitarismi più efferati del secolo breve una dinamica sociale altamente rischiosa e da analizzare con attenzione, soprattutto nei confronti delle generazioni più giovani completamente impreparate alla conoscenza di cosa è stato il secolo scorso con le dittature di destra e di sinistra con lo spartiacque del secondo conflitto mondiale solo in parte risolutivo. Il termine di partenza , dunque, revanscismo con il quale si parla del programma, del movimento e più in generale di ogni atteggiamento nazionalistico tendente al recupero, in specie con progetti bellici, del territorio e del prestigio perduti in seguito ad una sconfitta in una guerra precedente.

L’eterno riproporsi del tentativo dei vinti di rovesciare le sorti nei confronti dei vincitori. Il termine deriva dal francese revanche (in italiano «rivincita»), che assunse particolare valore in Francia quando, dopo la sconfitta del 1870 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, sorse un movimento tendente alla rivincita nei confronti della Germania. Dopo aver ispirato un costume politico e una letteratura tesi a esaltare il sentimento nazionale, il movimento perse importanza con il superamento dell’isolamento diplomatico francese, rimanendo in vita solo presso i gruppi più accesamente nazionalisti.

Quello al quale stiamo assistendo oggi è qualcosa di simile ma legato più strettamente a simpatie verso le forme più esasperate ed efferate di sopraffazione che hanno trovato nel fascismo e nel nazismo la manifestazione più spaventosa e nel comunismo sovietico la realizzazione per così dire più tecnica di ingegneria sociale.

Il revanscimo-rigurgito attiene ovviamente più al primo fenomeno ma accomuna per certi versi anche il secondo. La pericolosità maggiore di queste tendenze che appaiono nelle società dei paesi avanzati e a regime democratico sono insite nel tentativo di riportare in auge una storia morta e sepolta e soprattutto condannata dall’umanità nel suo insieme cercando di imporre la propria visione con gli strumenti propri della democrazia politica. Un copione già visto, ovviamente, quando non esistevano i social network ma che oggi nel web trova un humus che occorre analizzare e tenere sotto controllo considerando le possibili derive orwelliane che potrebbe attivare.

La sconfitta dei totalitarismi è stata decretata nel secolo scorso dalla forza delle armi e dalle spaventose involuzioni che i sistemi che li esprimevano avevano subito pur essendo partiti dalla difesa dei deboli, degli sconfitti, degli emarginati del primo conflitto mondiale. La loro responsabilità è stata nell’aver privilegiato la negazione dell’uomo sull’uomo, nell’aver immaginato agghiaccianti costruzioni di “uomini nuovi” destinati ad un mondo nuovo vagheggiato in modo onirico e sempre con contorni nibelungici al di là del colore politico assunto.

Quel che preoccupa oggi è che internet ha mostrato una pervasività gigantesca e una spaventosa influenza soprattutto per giovani e per emarginati sociali creando una sorta di mondo parallelo come nei decenni precedenti avevano iniziato a fare i famosi giochi al computer, non spazi ludici, ma spesso veri e preoccupanti luoghi di autoisolamento. Sia questi primi giochi che quelli messi in atto sul web hanno prodotto mutamenti quasi ontologici nelle menti con i quali si cominciano a fare i conti. Quel che preoccupa di più è che questi mondi paralleli, queste pulsioni hanno tutte scenari di violenza, sopraffazione, morte e distruzione, indicando cioè come strada da percorrere quella dell’annichilimento dell’altro, sempre visto come nemico, mai come avversario. E’ come se il famoso “uomo nero” dell’infanzia ormai dominasse lo spazio della rete e si fosse trasformato in un vero universo concentrazionario.

Facilmente tutto questo si attribuisce a falsi profeti, a nostalgici di varia estrazione, a personalità narcisistiche ma questa è solo una parte del problema. L’altra è quella da troppo tempo lasciata inerte o agitata in modo improprio immaginando che una rituale e stanca ripetizione di riferimenti potesse mettere al riparo da questi rigurgiti. Quanto sta accadendo dimostra che il mantenimento e la difesa della democrazia sono azioni senza fine, da costruire in ogni momento, da ribadire con forza ad ogni passo. La colpa storica non è ricordare quel che di mostruoso è stato, ma non aver compreso che per impedire nostalgie non bastano ostracismi o conventio ad excludendum, serve una pratica costante di democrazia concreta, di lotta alle diseguaglianze, di continua riaffermazione del confronto fatto anche di contrapposizioni forti ma mai di pulsioni violente per eliminare l’altro. Convincere vuol dire anche convivere nello stesso sistema e influenzarsi positivamente. Se affiorano rigurgiti e richiami al mostro interiore che alberga in ognuno e nel corpo sociale, allora è di nuovo il tempo di scelte chiare e irreversibili in direzione della difesa dell’unica, ancorché imperfetta possibilità: la democrazia nella sua accezione più liberale e condivisa!

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